engadina

6 anni d'Engadina

[6 anni di Engadina] Ecco, oggi è quel giorno lì, quello in cui 6 anni fa chiusi la porta di casa per trasferirmi con Artù a 1’800 metri; era il 17 gennaio 2017. In questa ricorrenza mi sono sempre presa un momento per scrivere, per segnare una lineetta in più sul muro, un po’ come si fa in quei luoghi in cui il tempo non scorre ma accade.

Stamane, mentre pensavo a quale potesse essere l’essenza dell’anno trascorso, mi sono vista seduta sul muretto fuori dall’atelier in una scintillante giornata primaverile. Avevo appena letto un libro sugli ultimi eremiti e ne stavo parlando con il mio amico Roberto, quando ricordo di aver detto “non riesco a capire se devo tirarmi più in su”. Ecco, il senso di quest’anno si trova lì.

Da quella tensione non si è manifestato un eremo ma la sua dimensione, che è quella di un vento che fa fiorire radici e radicare rami, capace di trasformarsi in un istante in un anello di lago da cui nasce il lancio di un sasso, un po’ come accaduto oggi con Roberto che al termine del mio pensiero in atelier è davvero apparso per riportarmi il libro sugli eremiti.

Ecco, nel tempo che scorre di quanto avvenuto in questi 6 anni potrei parlare a lungo, ma visto che mi trovo in quello che accade dico solo che adesso sta nevicando, Artù chiedendo vizi e che la mia famiglia è sempre là, presente come non mai ❤️!

Fsssst (rumore di lineetta incisa sul muro).

P.S: il muro sono io

5 anni d'Engadina

Ci sono luoghi in cui vai e altri con cui lo fai: andare. 5 anni fa, oggi, io e Artù siamo giunti in Engadina per lei, per quel nostro nuovo noi. Col tempo certi posti ti si intrecciano dentro, divengono pezzi di trama e ordito fra muscoli, sangue e pensieri, come un fil di ferro che a volte sostiene mentre altre strozza, deforma e plasma, nutre e consuma.

Son passati 5 anni ma sembrano tanti quanto quelli che ho; alcuni eventi sono varchi ed è così che accade che semplicemente accadi, perché essere in costante dialogo con foreste, laghi e cielo - quel cielo - a un certo punto arrivi a non farlo più: dire. Nella vastità persino la solitudine si è distratta come molta altra vita, la stessa che a volte ritorna con la prepotenza di una bufera e allora ti rimetti lì e ci riprovi, ad attorcigliarti attorno a qualche appiglio fosse anche solo un sospiro. 5 straordinari anni tutt’altro che semplici, eppure è proprio grazie a questo te che oggi potrei anche lasciarti.

Ci sono luoghi in cui vai e altri con cui lo fai: andare avanti, ovunque sia. 

GRAZIE ❤️.

Al Lej da Staz per ballare con la realtà

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Ci son giorni in cui più di altri mi piace giocare con la quotidianità, come quelli dove il calendario riporta festività legate a rituali (ne esistono forse senza?), siano essi cristiani, pagani, sociali, naturali o magici poco importa, che conta è la possibilità che si concede loro di manifestarsi attraverso la meraviglia.

E così, in un mattino di Candelora in cui si celebra il ritorno alla luce, si scaccia l’inverno al risveglio delle marmotte e per di più in data palindroma come non succedeva da più di mille anni, mi son recata al Lej da Staz munita di tentativi e presenza.

Che poi i rituali lo ammetto me li invento; prendo un po’ di suggestioni da qui, pesco là, ci aggiungo un po’ di quel senso ma non troppo, abbondo di spazi vuoti affinché ci si possa passare attraverso (e non solo con i pensieri) e alla fine niente, a stare lì così qualche cosa primo o poi arriva; arriva sempre.

Son di quei momenti che all’inizio ti dici caspita che coincidenza ma solo perché ti hanno insegnato che non poteva essere altro che quello, ma per fortuna ti basta guardare negli occhi chi ti sta conducendo e insomma, adesso quella cosa lì la chiamo danza poi fate voi, nel frattempo io continuo a ballare con la realtà.

Quando il respiro dell'inverno accarezza la superficie del lago

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Ha sicuramente a che fare con lo scorrere del tempo ma non con quello che inevitabilmente sfugge, direi piuttosto con quello che fortunatamente resta grazie al fatto d’averlo vissuto.

Osservare la chiusura del lago in inverno per me è di un fascino incredibile; credo sia un po’ come potersi prendere cura dei propri respiri, uno per uno, dandogli forma. In fin dei conti siamo tutti una presenza che si amplia nell’esperienza; superfici solide che fluttuano sul letto della vita attraverso le quali, in alcuni casi, si può persino scorgere il fondo dell’abisso.

E niente, ne manca un pezzettino giù là in fondo, verso Meierei, e poi anche per quest’anno si può dir chiuso 😍.

Intervista per Microfoni Evasi, e tutto appare

Dialogare aiuta a focalizzare i pensieri. Per questo credo molto nella condivisione: perché oltre ad amplificare amplia, ma affinché questo possa accadere è necessario che il soggetto prima possa apparire attraverso il dialogo.

Di seguito l’intervista rilasciata giovedì 19 dicembre durante la trasmissione Microfoni Evasi su Enjy St. Mortiz condotta da Filippo e Allegra, grazie ai quali ho avuto la possibilità di vedere, parlando.

Oltre del mio trasferimento in Engadina, di momenti catartici, di natura, d’arte, di sculture e molto altro c’è stato persino un collegamento con lo scrittore Patrick Mancini di cui ho recentemente disegnato la copertina del suo ultimo libro. Insomma: buona visione/ascolto :-)

Quei 2 centimetri posti sul Punto d’appoggio Bernina

Scesa dall’auto mi son subito ritrovata in compagnia di un forte vento, gelo, nuvolosità e qualche goccia d’acqua mista a neve, come a voler annunciare l’inverno che verrà, che da quest’anno potrà essere affrontato con un’arma in più: il nuovo punto d’appoggio dell’Ufficio tecnico sul Bernina.

Costi, progetto, metri cubi, pareri e informazioni varie si possono trovare un po’ ovunque, io invece vi vorrei parlare di un luogo anche se in verità si tratta di un gesto capace di generare meraviglia, di un vero e proprio atto poetico: la camera obscura.

La costruzione del Centro è sovrastata da una torre cilindrica in cui si trova il silo per il sale e il pietrisco, sulla cui cima è stata creata una camera oscura, un locale senza finestre il cui unico collegamento diretto con l’esterno (oltre la porta) è dato da un foro di 20 mm, grazie al quale la vastità può entrare.

Foto by camera-obscura.ch

Foto by camera-obscura.ch

È sufficiente porsi sotto di esso, spegnere la luce e attendere gli occhi si abituino all’oscurità. A poco a poco il paesaggio inizia ad apparire sulle pareti anche se la sensazione è che esca da esse, che sia il luogo stesso a trasudare l’immagine.

La proiezione avviene in modo naturale, senza lenti, illuminazioni o meccanismi particolari; il tutto si appoggia sul principio della camera oscura, restituendo lo scenario alpino con il Piz Cambrena  capovolto e invertito, anche se a me è sembrato giusto così.

Quale serenità poter guardare per una volta il cielo negli occhi e avere vette più vicine all’essere umano, alzare le mani non più solo con l’intento di afferrare ma di poter toccare, di poterle affondare in una terra posta sopra la testa in cui ogni nuovo germoglio possa scendere per arrivare anziché salire per allontanarsi. E dei piedi che dire? Quanta leggerezza accompagnata dalla voglia di riuscire a camminare sempre così, per il cielo del mondo.

In pratica in quel luogo si può vedere l’ombra della luce o meglio l’ombra nella luce, se poi vi dovesse capitare di essere soli o godere di un po’ di silenzio, vi assicuro che lo si può persino sentire il lento e inesorabile suono dell’incedere del tempo, che nemmeno i metri di neve che a breve inizieranno a posarsi sul passo del Bernina riusciranno ad attutire.

Ma per fortuna per rimediare a ciò ci saranno loro, coloro che ogni anno come dei coraggiosi Mosè apriranno continui varchi in questo bianco mare affinché ognuno possa raggiungere la propria terra promessa, che per i più corrisponderà a un volto, che per i più significherà riuscire a tornare come sempre a casa. 

A tutti voi grazie, ma grazie davvero.

Articolo pubblicato su Il Bernina il 7 ottobre 2019.

Quella sosta obbligata alla curva di Montebello

Quando mi reco dall’Engadina a Poschiavo ho una tappa fissa che non manco mai, come quando dal Ticino andavo in Svizzera Interna, dove Ovomaltina e nussgipfel all’autogrill di Raststätte erano una tradizione che rasentava la scaramanzia. Ma in questo caso non si tratta di un ristorante, un parco o una terrazza, no: è una curva. 

Ovvio, esiste lo spazio per potersi fermare e per fortuna, perché proprio non si riesce a passarci davanti senza nemmeno uno stop. E sì che in quella sosta non vi è nulla se non proprio quello, il nulla. Sarà forse questo il motivo per cui non si sente mai nessuno parlare. 

Uno scende dall'auto, fa un paio di passi, alza lo sguardo e sta lì, così, a respirare; al massimo scatta una foto o si mette le mani in tasca. Una volta ho visto addirittura un Signore tornare in auto a spegnere la musica e poi rimettersi là, in estatica contemplazione.

Non saprei dire se sia una sensazione che faccia stare bene o male, semplicemente fa, come essere lì ma non solo, e ritrovarsi nel contempo un po’ ovunque.

A dire la verità però c’è una cosa che faccio prima di rimettermi in viaggio, ed è lanciare un desiderio come si fa con le monete nelle fontane, solo che questa è grande quanto il mare, solo che questa è il Bernina.

Articolo pubblicato su Il Bernina il 28 settembre 2019.

Perché son venuta in Engadina e molto altro, raccontato per il blog di Giovy

Oggi vi parlerò del luogo in cui abito e del perché ho deciso di trasferirmi qui attraverso l'intervista rilasciata a Giovy per il suo blog Emotion Recollected in Tranquillity. È sempre bello confrontarsi con delle domande, in quanto permettono di riflettere e portare alla luce sensazioni presenti ma magari mai tradotte in parole.

Giovy Malfiori inoltre è una di quelle conoscenze che mi ha portato la rete; ho avuto modo di ammirarla prima online e poi di persona e sì: è davvero una persona speciale.

Per lei avevo già parlato tempo fa della mia esperienza in Nepal: al seguente link eventualmente trovate il collegamento anche a quell'avventura. Buona lettura, ed evviva le domande 😄.

Benvenuto Living Coral Pantone 16-1546, il colore dell'anno 2019

Come ogni anno il Pantone Color Institute ha decretato il colore dell’anno venturo, che per il 2019 si orienta verso un rosa-corallo arancione che già amo.

L’azienda lo definisce così “in risposta all’attacco della tecnologia digitale e dei social media che si integrano sempre più nella vita quotidiana, l’individuo è alla ricerca di esperienze autentiche che gli consentano connessione e intimità. Socievole e vivace Living Coral incoraggia l’attività spensierata, simbolizza l’innato bisogno di ottimismo che c’è in tutti noi”.  

E cosa più dell’Engadina può offrire tutto ciò? Omaggio quindi al Pantone 16-1546, e che connessione e intimità nel 2019 possano davvero dilagare ovunque ;-).  

Engadina in Pantone 16-1546:

Il video di presentazione del Living Color:

Il senso dell'autunno

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È quello stare seduti su una panchina, al sole, ad occhi chiusi, lasciando al caldo percepito sulla pelle il compito di trasportarci nel paesaggio. Se in quel momento ci fosse un pittore intento a riprendere l’attorno non si accorgerebbe nemmeno della nostra una presenza, ci ritrarrebbe semplicemente come parte dell’insieme, fusi nel panorama.

E poi l’odore, come definirlo? La fragranza scaturita dai sentieri al nostro passaggio è un miscuglio di terra, resina, selvaggina ed esperienze. Dal bouquet olfattivo si possono inoltre riconoscere alcune note di pensieri, qualche risata, un accenno di meraviglia e a volte persino una vena di rimpianto, abbandonata sul cammino affinché possa iniziare a dare vita ad altro, o scivolare via.

Quando si rimane assorti in questo stato, accade sovente che salgano alla mente singole parole come fanno i gnocchi ormai cotti prima di adagiarsi in superficie. In questi casi per assaporarle è sufficiente iniziare a pronunciarle, ed ecco quindi fuoriuscire dalle labbra bocconcini di castagne, ribes, brindisi, musica, tartufo, battiti, vaniglia, arance e così via, fino ad arrivare a croccanti biscotti fatti di baci, o di commiati.

E le voci? Durante il giorno è un continuo ascoltare storie, suoni, respiri e canti giunti da indefinite distanze, i quali sussurrano all’orecchio indovinelli la cui risposta va cercata là fuori, in quel tripudio di colori a cui bisogna ogni volta riabituare lo sguardo, perché per conoscere davvero questa stagione occorre osservarla a lungo fino a quando messa a nudo si ritrae, e scompare.

L’autunno è fatto così, si agghinda e si mette in posa per distrarci ma se si ha la pazienza e la volontà di andare oltre si capisce che l’immagine non è quella che si ha di fronte, ma appare a poco a poco come negli scatti delle vecchie Polaroid. Per coglierlo ci vuole quindi qualcuno che abbia l’intenzione di lasciarsi avvicinare e impressionare, che sappia a sua volta allungare la mano per sventolare il risultato e soffiare delicatamente sulla superficie: si vedrà così apparire il sentimento dell’autunno immortalato su una panchina, ad occhi chiusi, intento a godersi il sole, seduto proprio accanto a noi.

Articolo pubblicato su Il Bernina il 29 ottobre 2018.

Ludovico Einaudi al Lej da Staz: ognuno uno

Esperienza di bellezza - Prendi un pianoforte, un violino e un violoncello, aggiungici come sfondo le montagne, appoggia il tutto su un lago, cospargi l’attorno di pinete, irrora di luce al tramonto, versaci in mezzo un sacco di persone ed ecco: la bellezza è servita.

Se poi questo impasto lo si dà in mano a chi la bellezza non solo la sa creare ma sa anche dove andare a scovarla e alimentare be’, diventa qualche cosa di assoluto. Ieri nell’ambito del Festival da Jazz si è tenuto al Lej da Staz un concerto di Ludovico Einaudi. Ha suonato due ore consecutive, il tempo necessario affinché potesse accadere ciò che è stato, e per ciò che è stato intendo la gente: le persone; noi. 

Ognuno seduto accanto al proprio mondo, assorto anch’esso nell’ascolto.
Ognuno consapevole del silenzio che ha iniziato a regnare, non solo attorno.
Ognuno gentile nella presenza, e grato nel ricevere.
Ognuno inserito in un rigo musicale ampio, come la somma dei respiri consumati.
Ognuno sospeso su un momento che stava nascendo, dalla fine del giorno.
Ognuno responsabile di tramutare ciò che stava aleggiando nell’atmosfera, in eternità.
Ognuno parte di uno spazio reale, dove gli elementi hanno invaso le distanze.
Ognuno padrone della direzione intrapresa, sospinto da un nobile vento.
Ognuno cosciente di partecipare attraverso la presenza, a un atto di estrema bellezza.
Divenendo tale. 
Bello.
Ognuno.
In ciascuno.
Uno.

Andar per mare alla maratona engadinese

Alla maratona engadinese di sci di fondo si può partecipare da sportivo, tifoso, spettatore o, come ho scoperto quest’anno, da velista.

Che fosse la 50esima edizione era ben noto, con l’iscrizione dei pettorali terminata già mesi fa, come ormai tutti sapevano da giorni che non sarebbe stata un’edizione baciata dal sole, e così è stato (ma non per tutti). Pioggia e neve si sono alternati il passo più volte, quasi volessero imitare il ritmo dei 14’000 presenti al suolo diretti a Pontresina o S-chanf.

Da parte mia il tragitto è stato molto più breve, giusto qualche chilometro a piedi per arrivare sul lago di Maloja armata di apparecchio fotografico, in attesa del momento che si è poi dimostrato corrispondere a un varo. Già, perché all’inizio ero troppo concentrata su inquadrature, scatti e tempi d’esposizione per rendermene conto, eppure il mare era già lì vicino a me. Ho cambiato obiettivo, l’ho asciugato e rimesso i guanti; sono passati un elicottero, un paio di persone sotto l’ombrello, una motoslitta e poi ok, di immagini ne avevo abbastanza, potevo quindi cambiare postazione. 

Mi sono incamminata a lato pista seguendo il flusso di persone mantenendo lo sguardo al suolo per ripararmi dalla pioggia, ed è stato lì che l’ho sentito: uno, due, uno due, e uno e due, fra il silenzio. Tanto silenzio, malgrado avessi accanto mille persone. I respiri dei corridori si sono appoggiati alle spinte trasformandole a poco a poco in onde, e quando ho alzato gli occhi dal manto nevoso finalmente l’ho visto: davanti a me si estendeva il mare attraversato da una miriade di singole imbarcazioni.

Perché davvero, a camminarci a fianco prima o poi ti arrivano sia il vento dei loro pensieri sia il flusso delle emozioni che vi stanno aleggiando. È che quando questo accade poi vuoi salirci anche tu su un'imbarcazione, e così capita di ritrovarti in un giorno d’inverno, a 1800 metri di altitudine, circondato dalle Alpi, a veleggiare libero verso un orizzonte presente solo a te stesso. Magari per alcuni questa linea corrisponde a una meta, per altri a un tragitto, per altri ancora a un passaggio e per altri in fondo chi lo sa e poco importa, è che in questo lasciarsi fluire mi sa che, malgrado le condizioni meteo avverse, prima o poi tutti se lo sono visto apparire davanti: era il sole, il proprio sole.

Quello che non so, sul gioco del polo sulla neve

Quello che non so è una rubrica che tengo su Radio 3 Network una volta al mese: pillole di un paio di minuti su ciò che, appunto, non so. In quella andata in onda martedì 27 febbraio ho parlato del gioco del polo sulla neve dove, sembra, esistano regole e risultati ma che insomma, non conoscendole ho potuto leggerci altro ;-).

Testo del video:

Quello che non so, è cosa aspettarmi dal gioco del polo sulla neve. Arrivo a bordo campo, vedo otto giocatori, cavalli, mazze, arbitri e infine lei, una palla arancione che si muove su un suolo bianco come la pagina di un libro, e in quel momento capisco: quella palla non si sta solo muovendo, sta scrivendo. Al suo passaggio appaiono infatti parole, che diventano poi frasi e infine vita, perché è questo il tema del racconto.

Ad esempio, mentre due cavalli si affiancano, tesi, pronti allo scatto, a quel correre già iniziato stando fermi e che magari non accadrà mai, ecco apparire la storia di un desiderio, di pulsioni e pulsazioni all’unisono, di morsi strappati ai sensi, masticati e infine lasciati colare sul mento, il collo, fin sul petto.

Oppure dietro una fuga verso fondo campo sono apparse parole come ossigeno, bagno sotto una gelida cascata, meta appena raggiunta e vittoria a lungo sofferta; o ancora urlo a un cielo in tempesta e tuffo, tuffo ci sta, ma di quelli che apri le braccia e ti lasci cadere di schiena, nel mare.

E nel contropiede? Cosa dire di ciò che è scaturito dalla straordinaria opportunità del tutto, dalla volontà unita alla tenacia, dall’afferrare, stringere e mantenere? Aveva molto a che fare con il notare qualcuno a cui vuoi bene sorridere, e sentirne la risata.

Contatti come frasi, colpi come accenti, falli come punteggiature capaci di cambiare il significato di un periodo, gol che hanno definito paragrafi e il ritmo del racconto. 

Insomma, quello che non so e che continuo a non sapere è quali ruoli abbiano rivestito gli otto giocatori, quali regole abbiano dovuto rispettare e chi abbia vinto, ma di una cosa sono certa: nel cuore di ogni spettatore presente alla manifestazione, quel giorno si è materializzato un ricordo: per ognuno diverso nella trama, nei protagonisti e nelle vicissitudini ma non nel finale, che per tutti si è trattato come sempre di punto, ma stavolta era di color arancione.

A un anno dal mio andare a vivere in Engadina

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Me lo ero ripromessa: il giorno che Facebook mi riproporrà l'immagine di Artù nella pozzanghera scriverò di come si sta a vivere in montagna, ed eccola apparire stamane nella mia timeline. Un anno. È passato un anno esatto da quando andai in Engadina a vedere ciò che oggi è diventato il mio atelier, la cui firma del contratto avrebbe significato cambiamento con la C maiuscola. Quando scattai questa foto era pomeriggio inoltrato e avevo la febbre a 38,5; sentivo non essere influenza, probabilmente si trattava solo di paura. Lo stavo facendo veramente? Sì, dovevo.

Cosa posso dire ora del mio vivere in Engadina? È tanta roba, ma tanta davvero: occorre imparare a viverci perché tutto risulta enfatizzato, e per tutto intendo anche se stessi. Si è costantemente immersi nell’ascolto di un fuori e di un dentro che alla fine non se ne riconoscono nemmeno più i confini. È come se ti venisse sparato nelle vene un liquido di realtà aumentata che all’inizio pensi di non riuscire a gestire ma poi, per fortuna, si inizia a comprendere e a trovare il giusto modo di sopportare. Sì, perché a volte è davvero un sopportare. Sembra assurdo da dire, ma solo qui ho potuto sentire il dolore che la bellezza può provocare, ed è davvero un male fisico, capace di spezzare anche se cosa bene non so. Sovente mi è capitato di ritrovarmi a piangere di commozione guardando nel cielo giochi di luce incredibili e pensare "basta, è troppo"; ora, a quasi un anno di distanza, son riuscita se non altro a sostituirlo con un semplice “grazie”, anche se male riesce a farlo ancora. 

C’è da considerare inoltre che non ho distrazioni, quindi posso davvero immergermi in stati di pensiero ampi, dove ciò che prima magari rimaneva incastrato fra stress, traffico e difese ora non trova più ostacoli ed è libero di salire a galla, qualunque cosa sia. Diciamo che passato l’entusiasmo iniziale la primavera è stata un po’ più difficile, mentre ora non so se riuscirei già più a tornare. Me ne accorgo quando scendo in Ticino: sono sufficienti un paio di giorni per sentire come lì sia necessario alzare le difese per non venir travolti. Non ho ancora capito se stare nella natura renda più vulnerabili o insofferenti verso certe realtà quindi sì, io sono una di quelle a cui potrete dire “facile fare i filosofi in mezzo al nulla” e avreste ragione; in città non ci riuscirei, o almeno non nella mia e non ora. D’altronde ho scelto quell’altopiano proprio per lo stato in cui è sempre riuscito a portarmi, condizione assolutamente necessaria per la strada che ho deciso di seguire.

Che poi io sia una persona estremamente fortunata ad essermi potuta permettere di sperimentare ciò non lo metterò mai in dubbio ma, visto che questa è la mia storia, cerco almeno di viverla appieno. C’è comunque ancora da aggiungere che lassù la solitudine è una costante, le condizioni meteorologiche possono essere impietose e la montagna deve assolutamente piacere, ma per fortuna conosco persone meravigliose con cui è possibile scambiarsi calore umano sia attraverso un tavolo che via web e, quando la fame di civiltà si fa sentire, in un attimo si può essere a Zurigo, Lugano o Milano. In pratica nell’anno appena trascorso non sono mai stata così felice e nel contempo non ho mai sofferto così tanto in vita mia ma, se proprio dovessi riassumere quest’esperienza in una parola non avrei dubbi e userei ossigeno, anche se in fin dei conti null’altro è se non quella cosa chiamata opportunità, o a volte anche semplicemente vita.

Nevicata mattutina

Non è solo per l'intensità delle stagioni, per la bellezza dei luoghi, per la luce straordinaria e per tutto quanto un paesaggio montano simile riesca ad offrire. È soprattutto per le possibilità di vivere istanti senza distrazioni, in ascolto, in completo abbandono, in piena fiducia. 

Nel video i pensieri di stamane (da ascoltare):

Nevicata mattutina, 19 novembre 2017

È assenza e somma di colori, è un contare quanti in quell’istante, su quella traiettoria, da dove ti trovi a dove potresti invece stare.

È un non rumore, un sciogliersi sulla pelle, affondare nel presente e sentire il cielo basso sulla testa, vicino le spalle, dietro la nuca, nell’esatto punto d’accesso ai brividi del mondo.

È un osservare la continua composizione che cambia, chiudere un occhio, l’altro, ed entrambi, per lasciare che a disegnare il paesaggio non sia solo la neve, ma anche le sensazioni che fiocco dopo fiocco, ondeggiando, si adagiano al suolo, diventando manto.

Sankt Moritz addormentata

Della bassa stagione mi piace la calma, il silenzio, l'indefinito clima, gli sguardi delle rare genti e, soprattutto, le dame dormienti. Sono gli hotel, le case, le vie e tutto quanto in quel momento riposa abbandonato nel suo stesso respiro. Osservarli in quegli istanti permette di coglierne l'essenza, la personalità, il carattere e la bellezza vera, quella propria della vulnerabilità. 

Stamane son salita in paese per ascoltare il battito lento della dama Sankt Moritz, di cui qui ne riporto un omaggio (video da ascoltare).

Sankt Moritz addormentata (testo)

Eccola, dorme. Il rossetto aperto sul comò, vicino al bicchiere di gin tonic ormai vuoto. 
Un lenzuolo copre lo specchio.
Nuda, distesa sul manto di morbida terra, il cui profumo avvolge i sensi.
E respira.
Il soffio del suo vivere attraversa vie come dita fra i capelli.
E sogna.
Un leggero movimento delle palpebre ne tradisce i desideri.
Allungo una mano e ne sfioro i confini.
È morbida, calda.
Incontro uno sguardo, ci sorridiamo in silenzio.
La dama riposa.
La dama aleggia nel sonno del suo divenire, su labbra che presto torneranno a desiderare, che presto torneranno ad apparire.

Erode il Grande al Festival Culturale Origen

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Arrivare alle 17 al passo dello Julier offre un'anteprima allo spettacolo straordinaria grazie al panorama autunnale, dorato come la torre. L’atmosfera respirata all’interno del teatro prima dell’evento è rilassata, conviviale e intima, tipica degli ambienti in cui ogni dettaglio è curato compresa la giusta quantità di posti a sedere. Alle 18 i bicchieri di vino vengono posati e il pubblico prende posto attorno all’atrio del piano terra.

Il palco scende lento dal soffitto al ritmo di un tempo che capiremo mai passato. Le catene scorrono nel meccanismo portando il cielo in terra come fosse una maledizione; il vuoto lasciato al centro è ora colmato dal protagonista degli eventi: il potere. 

Erode siede sul trono la cui contesa è causa del processo voluto. Gli accusati sono le mogli Doris e Mariamne con i relativi figli avuti da esse Antipatro ed Aristobulo. La sorella Salomè è con lui a ricordargli che il dominio non accetta misericordia, nemmeno se al banco degli imputati siede la famiglia.

Il re della Giudea processa senza vergogna, come senza vergogna guarda negli occhi ogni singola persona del pubblico camminando a bordo palco. E ha ragione: chi siamo noi per giudicarlo? Il giudizio non è forse la prima forma di malignità? La risposta arriva dal sole del tramonto che, incurante degli accadimenti, entra dalle finestre illuminando Erode come chiunque altro, a ricordarci che tutti siamo simili nella luce come nell’ombra.

E così le ombre dell’anima prendono forma creando danze fra accuse e difese, mosse al ritmo di paure, severità, seduzioni, rifiuti e castighi. Vengono calpestate umiltà e scatenate forze che soltanto l’innocenza riesce a brandire, in un ultimo atto di sfida con cui le madri proveranno a difendere i propri figli. Ma il mantello indossato da Erode, intessuto dalle loro stesse ingenuità e crudeltà, lo proteggerà infine dall’unica possibilità che gli imputati avranno di sopravvivere: provare amore.

Una volta eseguita la sentenza il re torna a sedersi sul trono, stanco; i morti non hanno bisogno di essere visti dall’alto, i morti stanno a terra perché è lì che la ferocia li ha voluti anche se a prenderseli sarà il cielo. Il palco può ora iniziare la sua lenta ascesa per consegnare all’eternità il gesto dell’uomo.

Il vuoto lasciato al centro del teatro viene però presto occupato dal pieno di Erode; è un pieno denso, cercato, accettato e compiuto. Il re della Giudea passa ancora una volta a guardare negli occhi le persone presenti prima di uscire nella notte. 

Gli applausi iniziano a scorrere come le catene che hanno sollevato fatti ma non colpe. In seguito il pubblico si alza per uscire e raggiungere la stessa porta varcata da Erode, libero di agire là fuori ieri come oggi, capace di esistere nel giorno come nella notte, ma soprattutto di prendere forma anche in un piccolo vuoto, sicuramente presente in ognuno di noi. 

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Herodes è l’ultima pièce presentata dal Festival Culturale Origen presso il teatro al passo dello Julier, per la regia di Giovanni Netzer; fino al 20 ottobre 2017. www.origen.ch

Credits Foto Spettacolo: BenjaminHofer

 

Effetto sospeso engadinese

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È appurato: in Engadina esistono le giornate sospese, giuro! Fluttuano in giro fino a quando ti capita di attraversarle; è che te ne rendi conto solo quando accade, non è infatti possibile né prevederle né andarle a cercare.

Ad esempio un giorno ero seduta al computer quando improvvisamente ho percepito profumo di pino cembro e udito scoiattoli giocare. Sai come quando dall’odore di bucato capisci esserci dei panni stesi nei paraggi? Uguale! Ho persino sentito l’attimo appeso sventolare, così ho chiuso gli occhi e ci ho affondato il volto: era morbidissimo, e sapeva davvero di buono.

Un’altra volta invece stavo camminando per un sentiero quando qualche cosa mi è scoppiato sull’orecchio, un plick da bolla di sapone da cui sono scaturite voci e abbracci: Bun dì, Alègra e anche odore di pane ma di quello buono, che quando mangi ti sembra di stare vicino a un camino quando fuori nevica forte.

Settimana scorsa poi ho letto su un giornale del caffè sospeso a Napoli, dove una persona ne paga uno in più lasciandolo a disposizione di chi non può permetterselo. Allora ho pensato che probabilmente è una cosa simile, dove qualcuno vive un momento in più utilizzabile da coloro che forse sono un po’ imprigionati nei loro pensieri oppure non son capaci di ascoltare appieno l’attorno.

Adesso quando esco e sono in mezzo al bosco, vicino al lago, sento odore di pioggia o di neve o il sole sulla pelle o la sera vedo quella luce lì che sembra sempre così vicina eppure è così lontana ma soprattutto sottolinea il presente, cerco di assorbire doppiamente l’istante in modo da lasciarne uno libero di staccarsi e diventare sospeso, iniziare a volare lontano e chissà, riuscire davvero a colpire inaspettatamente qualcuno, intento a passare di là, magari proprio adesso... plick.

Di Patti Smith e l'Hahnensee

Questa mattina volevo scrivere del libro appena terminato di Patti Smith, Just Kids, ma dovevo ancora portare fuori il cane. Così ho pensato di andare al concorso ippico a vedere cavalli, eleganza, potenza e sangue e tornare subito a casa, ma alla fine al concorso non ci sono mai arrivata, malgrado Horses sia stato il suo primo album. Tutto perché ho deciso di andare in su anche se decidere è già troppo, direi piuttosto che è accaduto; ho cambiato strada, mollato il cane e via, a seguire la nebbia immersa nell’odore di pioggia. 

Il ritmo era quello al limite dell’apnea, il mio modo per creare materiale da buttare nella fornace, perché quando si apre la bocca del fuoco si possono fare solo due cose: nutrire o chiudere, e così ho nutrito. Solitamente lo faccio accettando pensieri, riducendoli in frammenti pronti ad alimentare quella cosa lì che poi almeno per fortuna un po’ si attenua. Un po’; a volte. 

E mentre camminavo mi capitava di cogliere nuove immagini da smembrare e utilizzare: osservare per cogliere, nutrire per assecondare. Non occorre fare altro, è un meccanismo che va avanti da sé, se lo si ammette. E insomma, con questo volevo dire che non era Coney Island ma l’Hahnensee, non indossavo un impermeabile verde Kelly di seta gommata ma una giacca Mammut, non era New York degli anni ’70-’80 ma l’Engadina di oggi, ma il senso di quel bruciare credo di averlo compreso: occorre vivere per viverlo, camminando, soli, nell'incertezza della meta, avendo fede nel percorso... tutto lì... è l'arte.

P.S.1: che poi mi sa che alla fine la recensione un pochino l'ho fatta...

P.S.2: il video è stato girato all'Hahnensee in Engadina, il testo è Just Kids di Patti Smith, la voce la mia, il cane Artù.

L'Apocalisse al passo dello Julier: una Babilonia a 2'284 metri

Per arrivare a una torre occorre salire, sempre. Stavolta lo si è dovuto fare anche per un Passo: lo Julier. Che poi questa non è proprio una torre normale: è Babele, laddove l’uomo cercò di elevarsi a Dio e venne poi diviso. Quindi giusto l'altro ieri l’umanità è stata separata dal verbo, mentre oggi noi siamo qui uniti malgrado si senta parlare tedesco, italiano e romancio. 

La struttura in legno rosso è magnifica, davvero. Grandi sono le vetrate che permettono alla cultura di dialogare con la natura come se non lo facessero già; di parlare tra loro, intendo. Il palco è al centro, sospeso sulla hall d’entrata con il pubblico tutto attorno dal primo al quarto piano come in un’arena. E in mezzo ci sta lei: l’Apocalisse di Gion Antoni Derungs. 

Diciassette sono le voci disposte a cerchio, di cui una narrante. Abiti neri e pelli ora spettrali, ora evanescenti, ora infuocate, ora gelide e ora accoglienti grazie al gioco di luci. E basta. Che è molto più di tutto: è l’essenziale che enfatizza.

E così ti ritrovi ad ascoltare quella cosa capace di penetrarti sotto pelle e ti accorgi che il canto su quel palco ha cominciato a prendere forma. E ride, e ti disprezza, ed è Satana, ma poi anche dolcezza e decadenza, e mucche e campanacci che vengono da fuori. Poi distruzione e salvezza e cavallette e fari di auto e stelle anche se son le lampadine riflesse nelle immense vetrate. E angeli e cori e puttane e doglie e morte e lutto e pianto e speranza e alla fine si spegne tutto e noi rimaniamo lì così, nel buio e nel silenzio, senza sapere cosa fare. 

Sarà durato un minuto. Un minuto intenso sospeso sulle ceneri del mondo conosciuto, di Babilonia. Ma poi è accaduto. Quello spazio vuoto ha cominciato a risucchiarci dal petto ogni parola sbagliata, mai espressa, nascosta, persa, dimenticata, odiata e lacerante conservata, lasciandoci senza più differenze di pronuncia o significato ma con l’unico senso comune a tutti: quello della vita. 

Quindi stasera Babele è riuscita davvero a spezzare l’incantesimo avvicinando realtà culturali diverse. 
Quindi stasera Babele è risorta. 
Quindi stasera Babele siamo noi. 

Applausi.

E fu così che la nebbia proveniente dallo Julier iniziò improvvisamente a roteare attorno alla torre in una spirale che al cielo, stavolta, riuscì ad arrivare…

 

Grosse Apocalypse, Origen Festival Cultural 2017