Pensieri

A nove anni di montagna: la dignità del nulla

Il 17 gennaio, giorno del mio trasferimento in Engadina, torno spesso a parlare della montagna. È diventato un appuntamento fisso; non per celebrare qualcosa, ma per verificare come il mio rapporto con lei sia cambiato nel tempo. Nove anni fa sono passata, banalmente, dall’andare in montagna all’esserci. Ho smesso di viverla come esperienza e ho iniziato a starci come luogo reale, con i suoi tempi, i suoi limiti e le sue difficoltà. E già lì è cambiato tutto.

Con il tempo, però, la montagna ha iniziato ad assumere un ruolo. È diventata la mia maestra, il mio spazio di silenzio, il mio luogo essenziale. In lei cercavo risposte, leggevo segni, interpretavo ciò che accadeva attraverso simbologie note, alla ricerca di un significato che potesse appagare i miei desideri. Solo più tardi ho capito che nulla di tutto questo le apparteneva davvero, ma erano proiezioni. Le avevo affidato un ruolo, chiedendole di essere qualcosa per me. E col tempo ho imparato che i ruoli, anche quando nascono da buone intenzioni, sono spesso nemici della verità.

A un certo punto ho smesso di chiedere. Non sentivo più la necessità di viverla intensamente, di trarne insegnamenti, di raccontarla, valorizzarla o difenderla. Abbiamo semplicemente iniziato a stare lì, una accanto all’altra. Senza un legame definito. Solo io e lei. Ed è stato proprio in questa convivenza silenziosa che abbiamo iniziato ad apparire davvero l’una all’altra.

Nell’ultimo anno ho abitato soprattutto questa dimensione. La montagna non come cura, risorsa, esperienza trasformativa o custode di un senso particolare, ma come qualcosa che è rimasto lì, tenendomi dove mi trovavo. In pratica, mi ha permesso di stare, senza chiedermi altro.

In questa forma di presenza ho poi iniziato a riconoscere un cambiamento lento, quasi impercettibile. Non una rivelazione, ma un riassestamento. Meno bisogno di spiegare e capire, meno urgenza di rispondere o dare, meno dipendenza dallo straordinario e dalla meraviglia. Persino meno sogni, desideri e necessità da inseguire. In compenso, più rispetto per ciò che non chiede di essere colmato di senso.

Ho iniziato a comprendere che, spogliata di ogni ruolo, la montagna diventa un campo in cui le cose possono accadere, ma anche no. Un luogo in cui anch’io posso accadere, ma anche no. E non c’è nulla di più liberatorio che concedersi questa possibilità: non trovare, non capire, non emozionarsi. È qui che il nulla può recuperare la sua dignità, non come mancanza, ma come spazio reale di libertà.

Negli ultimi mesi sono quasi sempre uscita senza intenzioni. Andavo e basta. Stavo con lei senza cercare nulla. E proprio per questo, meno cercavo, più accadevano eventi in cui il significato non veniva attribuito, ma emergeva. Quando emergeva, lo riconoscevo come qualcosa che riguardava insieme me e il luogo in cui ero. Capivo di essere lì perché vedevo quel lì; mi riconoscevo, insomma, in un evento.

Quando dico che la montagna non mi dava nulla, non intendo che abbia smesso di osservare, raccogliere o nominare. Al contrario, è stato proprio quel nulla a trasformare radicalmente il mio modo di lavorare con gli istanti, i naturogrammi, le geografie simboliche e le passeggiate. Non cerco più messaggi da estrarre, simboli da interpretare o sensi da produrre. Raccolgo perché qualcosa è accaduto, non perché debba dire qualcosa. Gli istanti non spiegano, ma restano. I naturogrammi non rappresentano, ma parlano da sé. Le geografie simboliche non mappano significati, ma attenzioni.

Anche il camminare è cambiato. Non cammino più in cerca di esperienze o rivelazioni. Cammino per stare. E se qualcosa emerge, lo accolgo senza afferrarlo. È in questa sospensione — nel non chiedere, nel non usare, nel non forzare — che il senso, quando arriva, non è mai imposto ma condiviso. E forse è qui che il mio lavoro ha trovato una misura più giusta: non nel dare significato alla montagna, ma nel non toglierglielo.

È così che ho poi iniziato a scrivere della dignità del nulla; magari un giorno diventerà un libro. Con questa espressione non intendo una postura da assumere, ma ciò che diventa visibile quando si riesce a mantenere nel tempo una posizione di non-appropriazione. La montagna mi sta mostrando che il pensiero libero può nascere solo da questa possibilità: poter essere tutto, ma anche niente. E che il senso, per essere autentico, deve poter anche non esserci.

Oggi si parla molto di montagna, e spesso con le migliori intenzioni. Le viene chiesto di essere risorsa turistica, patrimonio da tutelare, simbolo identitario, risposta etica o ambientale, luogo di cura o di elevazione. In tutti questi contesti, però, la montagna è quasi sempre chiamata a essere qualcosa: a funzionare, a restituire. Raramente le viene concessa la possibilità di stare, senza dover giustificare la propria esistenza.

Il pensiero che sto cercando di attraversare non vuole aggiungere un’ulteriore richiesta, né una nuova narrazione. Vuole piuttosto fare un passo indietro e restituire alla montagna uno spazio di non-domanda. Perché forse è solo quando smettiamo di chiederle continuamente qualcosa che può tornare a sostenerci davvero, non come risposta, ma come presenza.

Dunque, dopo nove anni, oggi la montagna mi appare così: un luogo che non chiede nulla e a cui possiamo smettere di chiedere qualcosa. Un luogo che, proprio per questo, può aiutarci a riconoscere ciò che è libero, in noi e in lei. E nello stare, senza dover essere, qualcosa può forse lentamente tornare a trovare il suo posto.

Lieti momenti

Giada

N.B.: Questo testo non intende dire cosa sia la montagna, né cosa debba essere. È il racconto di un modo di stare che ho attraversato io, e di ciò che è diventato visibile quando ho smesso di chiederle qualcosa.

Ad Artù

Ciao Tesoro mio. Oggi son due anni senza te, anche se in fondo non te ne sei mai andato. Le cose che continui a trasmettermi sono di una ricchezza indescrivibile, e lo riesci a fare con la tua solita dolcezza.

Mi hai portata a trasformare la malinconia in gratitudine, a riuscire a ridere dei tuoi ricordi, a camminare per i sentieri senza piangerti, a ridonare leggerezza al silenzio in casa, e a sentirti comunque sempre lì, vicino a me, anche nel vuoto che hai lasciato.

Ho imparato a riconoscerti nei pescetti del Lej da Staz, nei legni sbriciolati, nelle folate di vento che arrivano improvvise mentre ti penso, o nel pelo che arriva da chissà dove in momenti un po’ così.

Ti ritrovo persino nell’allegria che a volte mi prende dal nulla, o nella calma improvvisa che mi invade in momenti di estrema fragilità. E poi va be’, sei lì nella neve, nei laghi, nelle nuvole dorate dei tramonti come quelle di stasera… so che eri tu.

Non c’è giorno che non ti abbia pensato e non c’è giorno che tu non mi sia mancato, ma il cercare di stare nella tua assenza mi ha cambiata nel profondo. Non sono però ancora riuscita a tornare a quel 5 gennaio del 2024: fa ancora un male indicibile.

Continuerò a provarci, perché so che quel giorno, nel tuo modo di essertene andato, di come mi hai salutata e da come la natura in quel momento ha partecipato al nostro commiato terreno, è racchiuso uno dei messaggi più intensi e importanti che la vita mi abbia mai donato. Ma lo ammetto: non sono ancora pronta a srotolare quel momento.

Lo tengo lì però, nel mio cuore come ogni istante passato con te. È una perla preziosa che so un giorno sboccerà per conto suo, con la delicatezza che era propria di te e che tanto cercavi di insegnare a me. Grazie Artù, per questo tuo continuo te, e per questo nostro eterno noi ❤️.

Appunti di fine anno

Qui è quando dico che quest’anno — che è stato soglia e torre, in bilico fra il non so e il crollo di molte cose — il linguaggio del mondo mi è apparso con una limpidezza nuova. Sto parlando della risonanza.

Il mio legame con il mondo passa decisamente da lì. Nel senso che più ti avvicini a te, più puoi avvicinarti al mondo. Più impari a conoscerti, più cominci a riconoscere ciò che ti circonda. Più trovi il tuo senso, più diventa possibile incontrare anche quello del mondo — o della vita, della montagna, dell’amore. Funziona allo stesso modo.

Questo però non significa ripiegarsi su di sé. Non è un pensare solo a sé stessi, ma un divenire sé stessi: incarnare sempre di più la propria nota, affinché possa vibrare in modo limpido.

Ognuno, credo, è come il diapason di una nota ancora ignota, che si scopre solo diventandola, passo dopo passo. E questo implica due movimenti insieme: scendere e aprirsi. Andare in profondità e restare in relazione.

Perché la risonanza è sempre relazione.
Se non c’è relazione, è altro.
Ma quando c’è, significa fare mondo, assieme.

Ecco. Questo, in sintesi, è stato il mio 2025.
Lieti momenti nel 2026

Giada

6 anni d'Engadina

[6 anni di Engadina] Ecco, oggi è quel giorno lì, quello in cui 6 anni fa chiusi la porta di casa per trasferirmi con Artù a 1’800 metri; era il 17 gennaio 2017. In questa ricorrenza mi sono sempre presa un momento per scrivere, per segnare una lineetta in più sul muro, un po’ come si fa in quei luoghi in cui il tempo non scorre ma accade.

Stamane, mentre pensavo a quale potesse essere l’essenza dell’anno trascorso, mi sono vista seduta sul muretto fuori dall’atelier in una scintillante giornata primaverile. Avevo appena letto un libro sugli ultimi eremiti e ne stavo parlando con il mio amico Roberto, quando ricordo di aver detto “non riesco a capire se devo tirarmi più in su”. Ecco, il senso di quest’anno si trova lì.

Da quella tensione non si è manifestato un eremo ma la sua dimensione, che è quella di un vento che fa fiorire radici e radicare rami, capace di trasformarsi in un istante in un anello di lago da cui nasce il lancio di un sasso, un po’ come accaduto oggi con Roberto che al termine del mio pensiero in atelier è davvero apparso per riportarmi il libro sugli eremiti.

Ecco, nel tempo che scorre di quanto avvenuto in questi 6 anni potrei parlare a lungo, ma visto che mi trovo in quello che accade dico solo che adesso sta nevicando, Artù chiedendo vizi e che la mia famiglia è sempre là, presente come non mai ❤️!

Fsssst (rumore di lineetta incisa sul muro).

P.S: il muro sono io

Pensiero di fine anno, fra non-storie e mosaici nel sottosuolo

Artù è fuori in giardino ad abbaiare al nulla, circondato dal gioco rotto di un coniglio che porta il soprannome di mia nonna senza che colui che gliel’ha dato lo conoscesse. Il fuoco arde nella pigna. Ok Google mi sta deliziando con musica jazz in background e tra poco dovrebbe arrivare Veronica a riportare l’affettatrice.

Vorrei dire cose che però non trovano la necessità di essere espresse. Credo sia come raccontare una non-storia: apri la bocca ma ad uscire è lo spazio fra le parole; il mistero fra tutto il certo; il collante fra i pezzi di questo 2022.

Mi viene in mente l’immagine di quei meravigliosi mosaici appartenenti ad antiche ville sprofondate nel tempo, scoperti per caso secoli dopo. Ecco però il mio, di disegno, quest’anno è stato costruito direttamente lì, nel sottosuolo, parte di un ambiente che ancora non c’è.

Nel frattempo Veronica è arrivata e già ripartita. Artù si è messo a dormire su un tappeto a forma di sole. La pigna sta rilasciando il calore di un fuoco di cui ormai non c’è nemmeno più bisogno. Il pianoforte sullo sfondo indica che la compilation non è ancora terminata. Il tè di Daniela sta rilasciando nell’aria profumo di mela e cannella. Le nuvole di neve di Noah sono accanto e dentro me.

Ho aperto il laptop per dire cose e non mi è uscito che questo. Mi piace quindi pensare siano auguri inespressi che resteranno nascosti lì da qualche parte nel vostro 2023, pronti a venire alla luce in momenti inaspettati, forse anche inutili, soprattutto non pensati, come quando apri la bocca per dire qualche cosa ma ad uscire è solo lo spazio che collega due parole.

Quelle del mio 2022 sono grazie grazia e in mezzo, in quel preziosissimo millimetro bianco che le unisce, ci siete voi con la vostra arricchente e generosa immensità. Quindi , e buona spaziatura a tutti!

5 anni d'Engadina

Ci sono luoghi in cui vai e altri con cui lo fai: andare. 5 anni fa, oggi, io e Artù siamo giunti in Engadina per lei, per quel nostro nuovo noi. Col tempo certi posti ti si intrecciano dentro, divengono pezzi di trama e ordito fra muscoli, sangue e pensieri, come un fil di ferro che a volte sostiene mentre altre strozza, deforma e plasma, nutre e consuma.

Son passati 5 anni ma sembrano tanti quanto quelli che ho; alcuni eventi sono varchi ed è così che accade che semplicemente accadi, perché essere in costante dialogo con foreste, laghi e cielo - quel cielo - a un certo punto arrivi a non farlo più: dire. Nella vastità persino la solitudine si è distratta come molta altra vita, la stessa che a volte ritorna con la prepotenza di una bufera e allora ti rimetti lì e ci riprovi, ad attorcigliarti attorno a qualche appiglio fosse anche solo un sospiro. 5 straordinari anni tutt’altro che semplici, eppure è proprio grazie a questo te che oggi potrei anche lasciarti.

Ci sono luoghi in cui vai e altri con cui lo fai: andare avanti, ovunque sia. 

GRAZIE ❤️.

La copia dal vero della libertà - Editoriale per Il Bernina

Con il nuovo anno il portale Il Bernina, su iniziativa del presidente Bruno Raselli, ha voluto riproporre una serie di editoriali scritti da persone vicine al giornale. Il tema trattato riguarda la Libertà, declinato in diversi ambiti della nostra vita. Questo fondamentale stato di autonomia esistenziale, in questi ultimi due anni, è stato messo alla prova. In che modo? Come è cambiata la nostra vita a livello personale e famigliare, ma anche sociale? Ecco il mio personale contributo.

La mia prima copia dal vero è stata una scatola di fiammiferi: un parallelepipedo rettangolo appoggiato sul tavolo dinanzi a me. Faceva parte dell’esame di ammissione per accedere al Centro scolastico industrie artistiche di Lugano, luogo in cui negli anni a seguire imparai a disegnare corpi, composizioni e ambienti, esercizio che mantenni anche in seguito come allenamento più dello sguardo che della mano. La copia dal vero consiste infatti nel riproporre su carta la realtà, e affinché quest’ultima sia effettiva occorre porsi alla giusta distanza non solo dall’oggetto, ma soprattutto da sé stessi.

Si dice che ognuno vede quello che sa, quindi per poter indagare correttamente la realtà occorre ripulire lo sguardo da stereotipi, credenze, pregiudizi e tutto ciò che può portare il cervello a cercare di adattare l’immagine al proprio sapere (e volere). Mi ricordo che quando il professor Borradori posizionava il soggetto da disegnare, nell’aula calava un gran silenzio. A nessuno veniva in mente di chiacchierare, di dire o pensare bello, brutto, facile o difficile; si contemplava e basta perché l’intento non era esprimere un parere ma fare in modo che la figura si potesse svelare oltre l’osservazione personale, apparendo nella sua autenticità. 

Un modo per avvicinarsi a ciò consiste nel dedicarsi all’attorno, cercare di disegnare non il soggetto ma lo spazio libero che lo ingloba, ossia il vuoto. Se ci si concentra sul pieno ci si ferma lì perdendosi tutto ciò che lo circonda, mentre osservando il vuoto il pieno appare in quanto è lo spazio dedicato all’evoluzione, in cui il movimento dello sguardo e del pensiero possono compiersi. Avventurarsi nel vuoto significa quindi lasciare al mistero l’opportunità di concretizzarsi in una forma nuova, unica, sconosciuta fino a quell’istante, senza dimenticare la comprensione offerta che nulla esiste in sé e per sé perché indissolubilmente legato al contesto in cui si manifesta; in pratica il vuoto unisce, sempre.

Faccio un esempio pratico. Immaginiamo che al centro dalla stanza venga posizionato un appendiabiti, di quelli a stelo con i pomelli sulla parte superiore. Posso agire in due modi: o cerco di disegnare il soggetto ricalcando i contorni della forma, oppure inizio tracciando lo spazio che appare tra il pomello e il volto del mio compagno dall’altra parte dell’aula, la curva che si staglia sulla parete di fondo mentre si interseca con l’armadio, l’intreccio creato con l’angolo del braccio della compagna a fianco e così via, fino a quando l’appendiabiti sarà sorto sul foglio grazie alla relazione avuta con l’attorno. Nel primo caso avrò un oggetto a sé stante che potrei inserire ovunque, senza voce, privo di legami, mentre nel secondo sarà solo quello specifico e unico appendiabiti, ritratto su carta in un’instantanea della realtà a cui ora appartiene e in cui vive.

Proviamo invece adesso a porre sul tavolo al centro dell’aula la libertà. I metodi sono sempre due: o cerco di rappresentarla partendo dal pieno, da ciò che già so, credo, sento e vedo, concentrandomi solo su questo, oppure posso scegliere di avventurarmi negli spazi vuoti che si formeranno nel contesto in cui è inserita. Nel primo caso avrò un concetto a sé stante, statico, senza proporzione e identità se non forse quella disordinata propria delle reazioni istintuali, una libertà preconfezionata simile a una formina di biscotti utile solo se la realtà fosse fatta di pasta frolla. Nel secondo caso avrò invece una libertà scaturita dagli spazi e le intersezioni fra le persone, le circostanze, le possibilità, le conoscenze, le fedi, la società, l’economia, la salute, i poteri, i vari sistemi, il linguaggio, la geografia, i valori, la bellezza, l’urgenza, il tempo a disposizione e così via, e più lo sguardo riuscirà ad abbracciare la complessità più si avrà la capacità di leggere il reale attribuendo la giusta proporzione agli enti coinvolti, condizione indispensabile affinché una libertà creativa, responsabile e consapevole possa manifestarsi.

Quindi che forma potrebbe avere la libertà oggi, inserita nel contesto attuale? Fu allora che la porta si aprì e il professor Borradori (ciao Edy) entrò nella stanza, posizionò la libertà al centro e se ne andò. Fra i presenti calò subito il silenzio; ognuno aveva già iniziato a creare il proprio mondo partendo dal conosciuto per poi allontanarsene e dare spazio al vuoto. Passarono diverso tempo assieme, contemplandosi, scrutando le zone fra di loro e l’attorno, tanto che dopo un po’ iniziarono a parlare, a conoscersi. C’era Bruno, a cui piaceva scrivere poesie e osservare la notte; Rosa, che temeva il vaccino ed era preoccupata per il figlio; Ursula, che da un po’ non riusciva più a dare un senso alle sue giornate; Mario, che finalmente aveva trovato una brava infermiera per il padre; Francesca, che disegnava nuotatori su pezzi di carta riciclata; Cristina, a cui piaceva lasciarsi andare alla deriva nei boschi; Roberto, che correva a piedi scalzi sulla neve; Giovy, che registrava il podcast al lunedì e scriveva dei fatti suoi il martedì; Michele, che per un po’ non ne voleva più sapere di relazioni serie e Giada, che si domandava quanto del suo pensiero si sarebbe colto. Si presero cura l’uno dell’altro, rispettandosi e dimenticandosi del motivo per cui si trovavano lì. A un certo punto scelsero di lasciare l’aula e di tornare ciascuno a casa propria, arricchiti da quelle storie e da presenze concrete. Quando il professor Borradori tornò nella stanza trovò solo i cavalletti da disegno con su ancora appoggiati i fogli di carta rimasti intonsi. Li guardò e sorrise: quindi erano riusciti a coglierla. Quei fogli erano puri come l’ascolto che si erano concessi, accogliendosi al di là dell’aspetto, delle credenze, della provenienza e della cultura, attenzione che permise all’unicità di ogni singola persona di manifestarsi nella sua straordinaria verità. Il professore raccolse i fogli di carta immacolati, vuoti come il vuoto che unisce, l’unico capace di generare dal caos una stella di danzante Libertà. Spense la luce, chiuse la porta e se ne andò.  

Articolo pubblicato su Il Bernina il 4 gennaio 2021, settore abbonati.

Pensiero del 12 settembre 2021

Ci sono libri che giungono così, come caduti dal cielo. Dalle prime parole inizio a ringraziare e quando li termino li tengo a lungo in mano per poi portarli alla fronte, un po’ come si fa con la roccia umida quando si è accaldati; fronte su fonte. Sono libri che tornano senza essere mai passati; sono libri che in fondo sapevi che avresti rivisto anche se mai conosciuti; sono libri che ti permettono di penetrarli in quanto ogni parola diviene gradino di una scala, solitamente lunga. 

Stamane mi sono svegliata con l’atmosfera addosso e ho fatto colazione così: senza rumori, solo sole misto a nebbia, Artù addormentato e caffè. Prima di uscire ho presto fra le mani quel libro alla ricerca di un passaggio preciso che avevo voglia di portare con me durante la passeggiata; un paragrafo, nulla più, ma con molti appoggi.

Qui è già bassa stagione; le facce che si incontrano stanno tornando ad essere le solite; poche. Al mattino si può assistere allo svelamento del panorama con l’arrivo del sole e la brezza è puntuale, quella capace di smuovere gli alberi a frammenti dotandoli di arti. Artù inoltre mi accompagna senza più rincorrere gli abitanti del bosco; ormai con l’età il suo divertimento sono rimasta io. 

Quando però ho aperto la porta dell’atelier per incontrare tutto ciò ho trovato a terra un pettirosso, probabilmente schiantatosi su una finestra mascherata da cielo. Era ancora vivo ma non capivo bene quanto. L’ho preso tra le mani, che il suo abbandono ha permesso di tramutare in protezione. Siamo rimasti lì così, per un bel po’: lui, il mio essere nido e io. Quando ho visto che si stava riprendendo gli ho creato un riparo con un asciugamano e ve l’ho adagiato nel mezzo, in modo che il suo mondo potesse tornare a prenderlo nella forma che la Natura avrebbe deciso.

Ho poi chiamato Artù e sono partita. Giro del lago, immagini, bacche, onde, luce, pensieri, volti, legami, sole, pane e di nuovo un caffè. Tornata a casa ho visto che il pettirosso non c’era più, e dallo spazio vuoto lasciato al centro dell’asciugamano è giunto invece lo schiocco della rottura, quel colpo violento di quando la realtà incede, dove fondamentalmente non cambia nulla se non che non la stai più osservando da dietro un vetro, anche se vetro non è. 

È stato come tornare senza essere mai passati.
È stato come rivederlo anche se quell’istante non l’avevo ancora conosciuto.
È stato come penetrarlo, e a lungo.
È stato come appoggiare la fronte alla fonte e, per attimo, bere.

Il testo di stamane: “Ma oggi guardavo il cancello della cascina in cui vivo, con i rametti di agrifoglio e di pino messi da poco tra le sbarre per dire “ci siamo anche noi”, e un pettirosso si è posto proprio lì - sembrava la tessera mancante di un mosaico di neve e creature -, per un attimo solo, guardandosi attorno, un attimo perfetto, poi ha ripreso il volo. Non è rimasto il vuoto, ma l’infinito variabile delle possibilità”. Da Questo immenso non sapere di Chandra Candiani.

Quando il respiro dell'inverno accarezza la superficie del lago

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Ha sicuramente a che fare con lo scorrere del tempo ma non con quello che inevitabilmente sfugge, direi piuttosto con quello che fortunatamente resta grazie al fatto d’averlo vissuto.

Osservare la chiusura del lago in inverno per me è di un fascino incredibile; credo sia un po’ come potersi prendere cura dei propri respiri, uno per uno, dandogli forma. In fin dei conti siamo tutti una presenza che si amplia nell’esperienza; superfici solide che fluttuano sul letto della vita attraverso le quali, in alcuni casi, si può persino scorgere il fondo dell’abisso.

E niente, ne manca un pezzettino giù là in fondo, verso Meierei, e poi anche per quest’anno si può dir chiuso 😍.

Quei 2 centimetri posti sul Punto d’appoggio Bernina

Scesa dall’auto mi son subito ritrovata in compagnia di un forte vento, gelo, nuvolosità e qualche goccia d’acqua mista a neve, come a voler annunciare l’inverno che verrà, che da quest’anno potrà essere affrontato con un’arma in più: il nuovo punto d’appoggio dell’Ufficio tecnico sul Bernina.

Costi, progetto, metri cubi, pareri e informazioni varie si possono trovare un po’ ovunque, io invece vi vorrei parlare di un luogo anche se in verità si tratta di un gesto capace di generare meraviglia, di un vero e proprio atto poetico: la camera obscura.

La costruzione del Centro è sovrastata da una torre cilindrica in cui si trova il silo per il sale e il pietrisco, sulla cui cima è stata creata una camera oscura, un locale senza finestre il cui unico collegamento diretto con l’esterno (oltre la porta) è dato da un foro di 20 mm, grazie al quale la vastità può entrare.

Foto by camera-obscura.ch

Foto by camera-obscura.ch

È sufficiente porsi sotto di esso, spegnere la luce e attendere gli occhi si abituino all’oscurità. A poco a poco il paesaggio inizia ad apparire sulle pareti anche se la sensazione è che esca da esse, che sia il luogo stesso a trasudare l’immagine.

La proiezione avviene in modo naturale, senza lenti, illuminazioni o meccanismi particolari; il tutto si appoggia sul principio della camera oscura, restituendo lo scenario alpino con il Piz Cambrena  capovolto e invertito, anche se a me è sembrato giusto così.

Quale serenità poter guardare per una volta il cielo negli occhi e avere vette più vicine all’essere umano, alzare le mani non più solo con l’intento di afferrare ma di poter toccare, di poterle affondare in una terra posta sopra la testa in cui ogni nuovo germoglio possa scendere per arrivare anziché salire per allontanarsi. E dei piedi che dire? Quanta leggerezza accompagnata dalla voglia di riuscire a camminare sempre così, per il cielo del mondo.

In pratica in quel luogo si può vedere l’ombra della luce o meglio l’ombra nella luce, se poi vi dovesse capitare di essere soli o godere di un po’ di silenzio, vi assicuro che lo si può persino sentire il lento e inesorabile suono dell’incedere del tempo, che nemmeno i metri di neve che a breve inizieranno a posarsi sul passo del Bernina riusciranno ad attutire.

Ma per fortuna per rimediare a ciò ci saranno loro, coloro che ogni anno come dei coraggiosi Mosè apriranno continui varchi in questo bianco mare affinché ognuno possa raggiungere la propria terra promessa, che per i più corrisponderà a un volto, che per i più significherà riuscire a tornare come sempre a casa. 

A tutti voi grazie, ma grazie davvero.

Articolo pubblicato su Il Bernina il 7 ottobre 2019.

Quando le persone diventano giganti

[Pensieri del rientro] Qui c’è quel profumo lì. Roberta una volta mi disse “son tornata per l’odore dei boschi”, ma non capivo. Ora invece sì, lo sento, come sento quello del sole autunnale. E poi i corpi. Mamma mia che meraviglia con le loro forme, espressioni, movimenti! Per tre giorni mi son chiesta il perché di questa intensità in quanto non è che in Engadina ne manchino, poi però ho pensato il tutto fosse dovuto a una questione di rapporto, di confronto.

Qui manca lei: qui manca l’Alta Montagna.

In città i corpi possono essere tali, diventare giganti grazie alla loro particolarità: strutture di carne e sangue fra palazzi di cemento e scritte. Mentre su là insomma, un corpo nella vastità si perde per ritrovarsi a volte nella dimensione dello spirito, in cui si sa non esiste grandezza se non forse attraverso la sua dissolvenza.

Mi chiedo quindi se le persone in città lo capiscono di essere quella cosa lì; chissà davvero se le persone qui lo sentono di divenire orizzonte, chiave di ogni immensità.

Pensiero scritto il 15 settembre 2019, in Piazza della Riforma a Lugano.