scritti

Omaggio alla scultura Il cane di Alberto Giacometti

Ehi tu, cane, essere libero dalla gabbia della società ma non da quella in cui è racchiuso ognuno: la realtà. Istinto puro, fedele amico, ti muovi per il mondo corrodendoti come tutti noi a causa dell’atmosfera, che null’altro è se non il riflesso di un’esistenza fugace, laddove nella distanza tutto accade. 

È un luogo privo di staticità, colmo di un fluire denso in cui respirare significa annegare senza morire, non subito almeno. A noi umani tocca assorbire coscientemente l’elemento che ci consuma, mentre tu semplicemente procedi annusando la fame, le botte e quella cagna in cui vorresti affondare il sesso, non certo questo nostro divenire ombra e infine punto, posto nell’addio.

A guardarti camminare così, cercando dove lasciare un segno, c’è da chiedersi quanto inseguire un significato sia utile anche solo per rallentare l’inevitabile sgretolamento. A te questo non importa, alzi la gamba, pisci e sei lì, per te e per i tuoi simili che arriveranno a breve, aggiungendo il loro esserci al tuo. 

Forse le persone non sono altro che questo: angoli di muro, spigoli di immensità pronti a raccontare ai posteri ciò che è stato e che rimarrà, in una somma di presenze che nessuna pioggia è mai riuscita a cancellare. 

Vieni cane, avvicinati io non ci riesco, le catene della mia stessa temporaneità mi impediscono di andare altrove. 

Vieni cane, fatti accarezzare, fammi sentire quanto sia morbido non sapere, quanto sia soave aver per padrona l’eternità.

Testo ideato per un concorso legato a un’esposizione di Alberto Giacometti, in cui si chiedeva di scrivere un racconto legato a una qualsiasi scultura dell’artista.

Quella sosta obbligata alla curva di Montebello

Quando mi reco dall’Engadina a Poschiavo ho una tappa fissa che non manco mai, come quando dal Ticino andavo in Svizzera Interna, dove Ovomaltina e nussgipfel all’autogrill di Raststätte erano una tradizione che rasentava la scaramanzia. Ma in questo caso non si tratta di un ristorante, un parco o una terrazza, no: è una curva. 

Ovvio, esiste lo spazio per potersi fermare e per fortuna, perché proprio non si riesce a passarci davanti senza nemmeno uno stop. E sì che in quella sosta non vi è nulla se non proprio quello, il nulla. Sarà forse questo il motivo per cui non si sente mai nessuno parlare. 

Uno scende dall'auto, fa un paio di passi, alza lo sguardo e sta lì, così, a respirare; al massimo scatta una foto o si mette le mani in tasca. Una volta ho visto addirittura un Signore tornare in auto a spegnere la musica e poi rimettersi là, in estatica contemplazione.

Non saprei dire se sia una sensazione che faccia stare bene o male, semplicemente fa, come essere lì ma non solo, e ritrovarsi nel contempo un po’ ovunque.

A dire la verità però c’è una cosa che faccio prima di rimettermi in viaggio, ed è lanciare un desiderio come si fa con le monete nelle fontane, solo che questa è grande quanto il mare, solo che questa è il Bernina.

Articolo pubblicato su Il Bernina il 28 settembre 2019.

Momenti sospesi

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Dicono che a ogni essere umano sia destinato un piacere che si tramuterà in tormento; a me sono toccati i momenti sospesi. Il primo che mi capitò di incontrare fu attorno ai quindici anni. Era estate. Mi trovavo in giardino all’ombra di un ciliegio a leggere una rivista, quando improvvisamente venni risucchiata verso l’alto. Sotto di me apparve un’imponente foresta di conifere da cui udivo provenire cinguettii, zoccoli che si muovevano sul terreno ricoperto da aghi di pino, fischi di marmotte in allerta e qualche colpo dato alla corteccia. Il profumo di resina giunse fin lassù, accompagnato dall’odore di selvaggina che mi fece ricordare il sapore del sangue, ed ebbi subito fame. D’altronde quel giorno mi ero alzata in volo per andare a caccia, non per sfogliare riviste e leggere pubblicità. Bastò questo pensiero per riportarmi in giardino dove passai il resto della mattinata seduta al sole, visto che l’ombra ormai non c’era più. 

Cos’era accaduto? Gli anni seguenti provai a capire senza riuscirci mai. La seconda esperienza mi sorprese per le strade della città, mentre stavo osservando l’esposizione di pasticcini di una confiserie. Me ne accorsi dall’odore salmastro; mare? Impossibile, mi trovavo a chilometri di distanza. Ne cercai il motivo quando i piedi iniziarono a sprofondare nella sabbia: sorrisi. Eccolo, dopo tanto aspettare stava di nuovo accadendo. Nella vetrina vidi il mio riflesso dietro cui si aprì un orizzonte marittimo. Sentii il rumore delle onde e l’acqua bagnarmi il vestito. Volevo chiudere gli occhi per meglio godermi l’istante ma avevo timore potesse svanire, e fu un errore. “Signora desidera?”. La commessa era uscita in strada, probabilmente non gradiva sostassi così a lungo davanti ai suoi dolciumi. “Servite anche del whisky?” le risposi. Passai il resto del pomeriggio seduta in quel locale a osservare il mare, anche se ormai non lo vedevo più.

Dunque i momenti sospesi esistevano davvero, ma dove si trovavano, come raggiungerli o crearli? Nel corso della vita ci passai accanto diverse volte; allungavo la mano cercando di afferrarli ma dovevo accontentarmi di sentirne il lembo scivolare via, fino al giorno in cui loro tornarono a cogliere me. Era notte fonda. Vista l’età dormire era ormai diventato un lusso, così uscivo a passeggiare. Giunta vicino al lago mi accorsi che qualcuno mi stava abbracciando. Naturalmente non lo vidi, ma sentii il cappotto ruvido sfiorarmi la guancia; portava il dopobarba e la sua anima sapeva di terra, quando sussurrò “va bene così”. In quell’istante divenni occhio di falco, bramito di cervo, fuga di lepre, morso, sangue, succo di ciliegia e marea. Mi abbandonai a quel rassicurante ed eterno abbraccio, e non tornai mai più.

Testo pubblicato sull’Almanacco del Grigioni Italiano 2019.

A un anno dal mio andare a vivere in Engadina

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Me lo ero ripromessa: il giorno che Facebook mi riproporrà l'immagine di Artù nella pozzanghera scriverò di come si sta a vivere in montagna, ed eccola apparire stamane nella mia timeline. Un anno. È passato un anno esatto da quando andai in Engadina a vedere ciò che oggi è diventato il mio atelier, la cui firma del contratto avrebbe significato cambiamento con la C maiuscola. Quando scattai questa foto era pomeriggio inoltrato e avevo la febbre a 38,5; sentivo non essere influenza, probabilmente si trattava solo di paura. Lo stavo facendo veramente? Sì, dovevo.

Cosa posso dire ora del mio vivere in Engadina? È tanta roba, ma tanta davvero: occorre imparare a viverci perché tutto risulta enfatizzato, e per tutto intendo anche se stessi. Si è costantemente immersi nell’ascolto di un fuori e di un dentro che alla fine non se ne riconoscono nemmeno più i confini. È come se ti venisse sparato nelle vene un liquido di realtà aumentata che all’inizio pensi di non riuscire a gestire ma poi, per fortuna, si inizia a comprendere e a trovare il giusto modo di sopportare. Sì, perché a volte è davvero un sopportare. Sembra assurdo da dire, ma solo qui ho potuto sentire il dolore che la bellezza può provocare, ed è davvero un male fisico, capace di spezzare anche se cosa bene non so. Sovente mi è capitato di ritrovarmi a piangere di commozione guardando nel cielo giochi di luce incredibili e pensare "basta, è troppo"; ora, a quasi un anno di distanza, son riuscita se non altro a sostituirlo con un semplice “grazie”, anche se male riesce a farlo ancora. 

C’è da considerare inoltre che non ho distrazioni, quindi posso davvero immergermi in stati di pensiero ampi, dove ciò che prima magari rimaneva incastrato fra stress, traffico e difese ora non trova più ostacoli ed è libero di salire a galla, qualunque cosa sia. Diciamo che passato l’entusiasmo iniziale la primavera è stata un po’ più difficile, mentre ora non so se riuscirei già più a tornare. Me ne accorgo quando scendo in Ticino: sono sufficienti un paio di giorni per sentire come lì sia necessario alzare le difese per non venir travolti. Non ho ancora capito se stare nella natura renda più vulnerabili o insofferenti verso certe realtà quindi sì, io sono una di quelle a cui potrete dire “facile fare i filosofi in mezzo al nulla” e avreste ragione; in città non ci riuscirei, o almeno non nella mia e non ora. D’altronde ho scelto quell’altopiano proprio per lo stato in cui è sempre riuscito a portarmi, condizione assolutamente necessaria per la strada che ho deciso di seguire.

Che poi io sia una persona estremamente fortunata ad essermi potuta permettere di sperimentare ciò non lo metterò mai in dubbio ma, visto che questa è la mia storia, cerco almeno di viverla appieno. C’è comunque ancora da aggiungere che lassù la solitudine è una costante, le condizioni meteorologiche possono essere impietose e la montagna deve assolutamente piacere, ma per fortuna conosco persone meravigliose con cui è possibile scambiarsi calore umano sia attraverso un tavolo che via web e, quando la fame di civiltà si fa sentire, in un attimo si può essere a Zurigo, Lugano o Milano. In pratica nell’anno appena trascorso non sono mai stata così felice e nel contempo non ho mai sofferto così tanto in vita mia ma, se proprio dovessi riassumere quest’esperienza in una parola non avrei dubbi e userei ossigeno, anche se in fin dei conti null’altro è se non quella cosa chiamata opportunità, o a volte anche semplicemente vita.

Sankt Moritz addormentata

Della bassa stagione mi piace la calma, il silenzio, l'indefinito clima, gli sguardi delle rare genti e, soprattutto, le dame dormienti. Sono gli hotel, le case, le vie e tutto quanto in quel momento riposa abbandonato nel suo stesso respiro. Osservarli in quegli istanti permette di coglierne l'essenza, la personalità, il carattere e la bellezza vera, quella propria della vulnerabilità. 

Stamane son salita in paese per ascoltare il battito lento della dama Sankt Moritz, di cui qui ne riporto un omaggio (video da ascoltare).

Sankt Moritz addormentata (testo)

Eccola, dorme. Il rossetto aperto sul comò, vicino al bicchiere di gin tonic ormai vuoto. 
Un lenzuolo copre lo specchio.
Nuda, distesa sul manto di morbida terra, il cui profumo avvolge i sensi.
E respira.
Il soffio del suo vivere attraversa vie come dita fra i capelli.
E sogna.
Un leggero movimento delle palpebre ne tradisce i desideri.
Allungo una mano e ne sfioro i confini.
È morbida, calda.
Incontro uno sguardo, ci sorridiamo in silenzio.
La dama riposa.
La dama aleggia nel sonno del suo divenire, su labbra che presto torneranno a desiderare, che presto torneranno ad apparire.

Coltivare sogni grandi come piccoli frutti

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Questa più che una storia imprenditoriale sembra una fiaba, anche se a parer mio lo è davvero. L’inizio potrebbe corrispondere a “c’era una volta, in un paesino di montagna divenuto più luogo di transito che di residenza, un uomo a cui apparve in sogno una mora”, e non sarebbe nemmeno poi così distante dalla realtà. 

Sto parlando di Nicolò Paganini dell’azienda Piccoli Frutti di Campascio, frazione di Brusio in Valposchiavo, il quale passando davanti a un enorme roveto un giorno ebbe l’illuminazione. Figlio di commercianti la sua strada l'avrebbe portato altrove, ma guardando quelle splendide more selvatiche capì che quella era terra idonea per la coltivazione di frutti di bosco, ed ebbe ragione.

Poco sole, terreno ricco, acqua dal lago sovrastante: occorreva solo trovare lo spazio in cui inserire le coltivazioni. E qui potremmo aggiungere un altro capitolo al racconto fantastico. “In quel villaggio per guardare l’orizzonte occorreva alzare gli occhi oltre le cime delle montagne; sul fondo rocce e fiume, nel mezzo il bosco. A monte e a valle paesi troppo lontani e, poco distante, case abbandonate o di vacanza con giardini selvatici o soffocati dall’incuria”. Ed ecco un'altra intuizione: usare quelle parcelle per la coltura.

Oggi l’azienda vanta 9 ettari di piantagioni suddivisi su 70 appezzamenti, composti prevalentemente da giardini o terrazzamenti ripristinati. Attorno a case diroccate o di vacanza si possono ora trovare piante di lamponi, mirtilli, ribes, fragole, more, prugne, mele e ciliegie. Considerate inoltre l’impatto estetico per Campascio, divenuto ora più ordinato, colorato e vivo. Avere così tante parcelle separate è sicuramente un impegno per l’azienda, ma dal punto di vista della protezione del raccolto si è rivelato un vantaggio, sempre in balia di agenti atmosferici inaspettati o malattie nocive per la pianta. 

La raccolta dei prodotti dura da giugno a settembre. Visto che le persone impiegate in questo periodo sono soprattutto casalinghe, gli orari di lavoro sono stati adattati alle necessità familiari, come finire un po’ prima a mezzogiorno per poter tornare a casa a preparare il pranzo. E non ditemi che anche questo non potrebbe diventare un ulteriore bel paragrafo incantato. Ma non è finita qua.

La frutta raccolta è venduta sia fresca che elaborata, per la cui trasformazione occorreva un nuovo laboratorio. In questi casi spesso la formula consiste in terreno + prefabbricato ma, ovvio, così non è stato. Il cuore da coltivatore di Nicolò l'ha portato a scegliere la ristrutturazione di una costruzione fatiscente nel nucleo piuttosto che togliere ulteriore verde alla valle. Oggi al pian terreno si trova l’azienda e ai piani superiori un bed&breakfast delizioso con un nome che parla da sé: Coltiviamo Sogni.

Già, perché io credo che se si ha abbastanza coraggio per lasciare affondare i piedi nella terra prima o poi se ne sentirà pulsare il battito, e tutto ciò che nascerà da questo incontro potranno essere solo grandi gesti d’amore anche se racchiusi nel piccolo formato di un frutto. D'altronde la delicatezza necessaria per raccogliere un lampone non è forse la stessa che si utilizzerebbe per afferrare un sogno? Nicolò lo ammette, non è stato sempre facile ma si sa: così non fosse stato non avrebbe potuto trattarsi di una favola a lieto fine.

P.S.1: Fatevi un giro nel loro sito, vedrete che le possibilità offerte sono molte e tutte estremamente interessanti, perché oltre a Nicolò Paganini c’è anche l'azienda vitivinicola La Perla di Marco Triacca. 

P.S.2: questo post è a titolo gratuito. Ci tenevo a scriverlo perché mi hanno molto colpita l'attenzione, la cura, l'affetto e l'impatto positivo delle scelte prese non solo guardando verso la propria attività ma considerando la comunità intera. Inoltre se lo meritano davvero e a consigliarvelo vado sul sicuro ;-).

P.S.3: le foto sono state fatte fuori stagione, quindi manca tutta l'apoteosi fruttifera.

 

Passeggiando per Wopart

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Di quelle passeggiate che hai voglia di goderti tranquillamente, a passo lento, girando il volto di qua e di là; osservando, godendo. È questo il ritmo tenuto visitando WopArt, la fiera del disegno delle opere su carta e fotografia che si tiene a Lugano e chiuderà i battenti questa sera. Ripercorrendo con il pensiero quei corridoi mi vien da dire che:

  • La tensione del centro
  • Il centro tende e intende
  • I passepartout sono numeri primi, divisibili sono per se stessi
  • Gli uccelli in volo seguono rotte calligrafiche
  • La bellezza di pronunciare sottovoce Bleistift auf Papier
  • La complessa armonia del caos rilassa
  • Il potere del bianco
  • Il potere del nero
  • Il potere del rosso, del blu, del tratto, della macchia, della crosta, del pieno e del vuoto, del dettaglio e dell’insieme
  • La difficoltà dell’attenzione
  • Della foto, del disegno e dello schizzo
  • L’ombra della parola sta nella sua censura
  • Sul libro, sulla pagina, e sull’insieme di pagine che non fanno un libro
  • L’integrità del taglio
  • L’estrapolazione dal contesto ne crea un altro
  • Il fascino del piè di pagina fotografico
  • L’oro
  • Le trasparenze
  • L’odore dei bordi
  • La voglia di seguirli con il dito, i bordi
  • Di strappi e di pieghe
  • Le righine della carta da pacco
  • Sovrapporre avvicina
  • Del gesto, del corpo, e della sua assenza
  • Il senso a volte ne modifica il principio

Quando una fotografia si apre

E quindi le fotografie possiedono una data di scadenza. Non nel senso che passato un certo periodo è necessario buttarle, è solo che dopo una tale data finalmente si mostrano. Un po' come fossero un calendario dell'avvento autonomo; trovi una finestrella aperta quando decidono loro. Altrimenti non si spiega come mai ciò che scatto oggi, il giorno mese anno dopo acquista un significato diverso. E sai che regalo venire invasi da quella cosa lì che è come rivivere un istante di cui però non avevi né coscienza né memoria, o almeno non in quel modo.

La foto di oggi è una di quelle: appena l'ho vista ho capito cosa ho realmente immortalato. Non il primo d'agosto, un uomo, i falò e a chi mancano, il caldo sprigionato o il silenzio che regnava no, ho voluto fotografare me. E niente, era solo per dire che a volte riguardo le immagini e queste, come nulla fosse, semplicemente appaiono. Così poi accade che le vedo davvero: le vedo da dentro.

Scatto preso durante la festa nazionale del primo d'agosto 2017 a Silvaplana

Scatto preso durante la festa nazionale del primo d'agosto 2017 a Silvaplana

A proposito di Alberto e di realtà

Oggi è una di quelle giornate in cui vedi il trailer di un film e pensi era ora, poi volti lo sguardo e strizzi l'occhio ai tre manifesti usati dalla Fondazione Beyeler nel 2009 per pubblicizzare la sua mostra (che a ripensarci mi vengono ancora le palpitazioni). Così mi è venuta voglia di andare a rileggere i suoi Scritti (edizioni Abscondita) ma alla fine non è che li abbia poi sfogliati molto, colpa di La mia realtà (risposta inviata a un'inchiesta condotta da Pierre Volboudt) che mi ha inchiodata subito lì, secca, di quelle cose che ora capisci in modo diverso e probabilmente anche solo forse in parte ma vicino almeno.

L'avrò riletta 10 volte prima di sentire il bisogno di interpretarla: tutti dovrebbero venirne a conoscenza. E niente, spero non si offenda nessuno tantomeno lui, ma oggi è appunto una giornata così, di quelle in cui ho cercato di "tentare - coi mezzi che mi sono propri - di vedere meglio, di capire meglio quel che mi circonda; di capire meglio per essere più libero" di Alberto Giacometti. 

Certo, io faccio pittura e scultura e questo da sempre, dalla prima volta che ho disegnato o dipinto, per mordere la realtà, per difendermi, per nutrirmi, per crescere; crescere per meglio difendermi, per meglio attaccare, per fare più presa, per avanzare il più possibile su tutti i piani, in tutte le direzioni, per difendermi contro la fame, contro il freddo, contro la morte, per essere il più libero possibile; il più libero possibile per tentare - coi mezzi che oggi mi sono propri - di vedere meglio, di capire meglio quel che mi circonda; di capire meglio per essere più libero, il più forte possibile, per spendere, per spendermi il più possibile in ciò che faccio, per correre la mia avventura, per scoprire nuovi mondi, per combattere la mia guerra, per piacere? per la gioia? della guerra, per il piacere di vincere e di perdere.

La mia realtà, di Alberto Giacometti.

Effetto sospeso engadinese

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È appurato: in Engadina esistono le giornate sospese, giuro! Fluttuano in giro fino a quando ti capita di attraversarle; è che te ne rendi conto solo quando accade, non è infatti possibile né prevederle né andarle a cercare.

Ad esempio un giorno ero seduta al computer quando improvvisamente ho percepito profumo di pino cembro e udito scoiattoli giocare. Sai come quando dall’odore di bucato capisci esserci dei panni stesi nei paraggi? Uguale! Ho persino sentito l’attimo appeso sventolare, così ho chiuso gli occhi e ci ho affondato il volto: era morbidissimo, e sapeva davvero di buono.

Un’altra volta invece stavo camminando per un sentiero quando qualche cosa mi è scoppiato sull’orecchio, un plick da bolla di sapone da cui sono scaturite voci e abbracci: Bun dì, Alègra e anche odore di pane ma di quello buono, che quando mangi ti sembra di stare vicino a un camino quando fuori nevica forte.

Settimana scorsa poi ho letto su un giornale del caffè sospeso a Napoli, dove una persona ne paga uno in più lasciandolo a disposizione di chi non può permetterselo. Allora ho pensato che probabilmente è una cosa simile, dove qualcuno vive un momento in più utilizzabile da coloro che forse sono un po’ imprigionati nei loro pensieri oppure non son capaci di ascoltare appieno l’attorno.

Adesso quando esco e sono in mezzo al bosco, vicino al lago, sento odore di pioggia o di neve o il sole sulla pelle o la sera vedo quella luce lì che sembra sempre così vicina eppure è così lontana ma soprattutto sottolinea il presente, cerco di assorbire doppiamente l’istante in modo da lasciarne uno libero di staccarsi e diventare sospeso, iniziare a volare lontano e chissà, riuscire davvero a colpire inaspettatamente qualcuno, intento a passare di là, magari proprio adesso... plick.

Progetto su tela: Antenati con le radici

Ho scelto di tramutare in opera artistica questo progetto perché credo molto nella trasformazione dell’ordinario in meraviglia: un’alchimia necessaria affinché la magia possa tornare a circolare nel quotidiano, rendendo ogni giorno non solo un fatto scontato ma soprattutto un’esperienza unica che val sempre la pena vivere.

Gli alberi. Grandi, possenti, vivi, detentori di segreti e veri e propri orologi del tempo che passa, poi ritorna, e infine se ne va. Il Teatro dei Fauni di Locarno ha deciso di tramutare in esperienza collettiva il tesoro racchiuso in questi esseri attraverso il progetto “Antenati con le radici”. Durante gli incontri, gratuiti e aperti a tutti, gli interessati si ritrovano ai piedi di un albero centenario della città per sentirne raccontare la storia, la provenienza, aneddoti, segreti e proprietà, il tutto accompagnato da un’azione scenica di teatro, danza e/o musica. Ai presenti viene inoltre consegnato un dossier contenente quanto udito, in modo che il prezioso sapere possa venir condiviso con altri: piccoli semi di rispetto e curiosità pronti a germogliare nelle coscienze altrui. 

Da questa idea è nato il dipinto, in acrilico dim. cm ca. 40x55, su cui ho inoltre riportato un testo di Hermann Hessedel 1919 tratto da “Alberi”, che mi sembrava coerente con il messaggio dato dalla performance:

“Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi li sa ascoltare, conosce la verità. Essi non predicano dottrine e precetti, predicano, incuranti del singolo, la legge primigenia della vita. Gli alberi hanno pensieri duraturi, di lungo respiro, tranquilli, come hanno una vita più lunga della nostra. Sono più saggi di noi finché non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, la rapidità e la precipitazione infantile dei nostri pensieri acquistano una letizia incomparabile. Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi, non desidera più essere un albero. Non desidera essere altro che quello che è. Questa è la patria. Questa è la felicità”.

Il presente lavoro è stato concepito come premio per l’edizione di #faigirarelacultura del 2016. Per partecipare all’edizione del 2017 clicca qui: potrai vincere, oltre a numerosissime opportunità e premi, una personale elaborazione fotografica del tuo progetto.

Nella fotografia la consegna del premio a Santuzza Oberholzer del Teatro dei Fauni di Locarno, attraverso la persona di Roberta Nicolò.

Viaggio raccontato: Mendrisio - Londra in treno

Ore 5:54 am, stazione di Mendrisio: la giornata inizia tra un esercito silenzioso di individui per cui questo è un orario ordinario. Seduti al proprio posto in principio si cercano i luoghi conosciuti come la casa di un amico, il nome di un paese, il ristorante in cui si è già stati, un monumento: dei punti che uniti definiscono la conoscenza e la presenza personale sul territorio. In seguito, quando i riferimenti verranno a mancare, se ne potranno creare di nuovi attraverso delle storie, come osservare nella notte i fari di un’auto bianca e ritrovarsi a pensare quale musica starà ascoltando. La luce del giorno avanza, rendendo il panorama più protettivo verso gli abitanti delle case con le finestre illuminate. E se la notte espone intimità, il bigliettaio non è da meno, rivelando al vagone l’identità di un passeggero. 

Uomo di mezza età, senza biglietto, soldi e non abita in Svizzera. Il controllore, con tono tranquillo, forse rassegnato, esclama: “Non è divertente vero?”. Scrive qualche cosa sul bloc-notes e se ne va. Il clandestino appoggia la testa sul sedile e chiude gli occhi, come molti altri dei presenti. 

Ad Arth-Goldau la quotidianità dei gesti irrompe nel vagone dei dormienti, obbligando i presenti a ricomporsi, seduti. Appaiono chiacchiere, giornali, cellulari, dispositivi elettronici, libri e persino aghi da maglia e filo i quali, tra un diritto e un rovescio, portano il convoglio in stazione centrale a Zurigo. La prima tappa termina alle ore 8:51; caffè, nussgipfel e un bretzel al prosciutto per il pranzo, prima di salire sul TGV delle 9.34, direzione Parigi.

Attraversare territori unisce culture, le quali si ritrovano per lunghi o brevi istanti a convivere su questa Babele viaggiante a 300 Km/h. A Bellinzona è salito lo svizzero tedesco, ad Arth-Goldau l’inglese, a Zurigo il francese, a Basilea il cinese e a Dijon l’arabo, e non è mancato nemmeno l’alfabeto universale: “Seduto a fianco a me c’è un uomo, cinese, dall’età indefinita. È bisnonno. Lo so perché mi ha mostrato la fotografia della sua famiglia. Parla solo cinese e a sorrisi: comunichiamo con quest’ultimo idioma”. 

Alle 13.38 il treno entra a la Gare de Lyon, Parigi. Cinquanta minuti di tempo per scendere in metropolitana e spostarsi alla stazione di Paris Nord Est da dove, alle 15.13, partirà l’Eurostar. L’avvicinamento al mare non lo si percepisce. Distese di campi coltivati nascondono coste e gabbiani, portando in evidenza l’attesa della Manica. La si attraversa in 20 minuti, come il vecchio tunnel del San Gottardo; sapere di avere sopra di sé le Alpi o il mare cambia per un istante i pensieri, i quali vengono preso assorbiti dalla musica nelle cuffiette. Ad accogliere il convoglio in superficie in Inghilterra c’è subito il mare e alle ore 16:30 l’Eurostar entra puntuale in stazione St. Pancras Est. Dodici ore per raggiungere Londra in treno, e capire che se si resta con i piedi per terra, a volare sono le ore.  

Articolo e fotografie pubblicate sul giornale Il Caffè domenica 22 gennaio 2017.

Come tutto può cambiare in 5 giorni

Li chiamano colpi di testa ma sarebbe più giusto dire colpi di pancia da tanto sono irrazionali; e poi chissà perché li chiamano colpi quando più che altro sono spinte. Tutto è iniziato con un “ma sì dai, comincio a guardarmi in giro se poi trovo è destino”. Cinque. Sono bastati cinque giorni ed eccomi lì a firmare due documenti: un nuovo contratto d’affitto e una disdetta d’appartamento. 

Vado. Parto. Provo a viverla: lei, l’Engadina o meglio, come la chiamano là, l'Engiadina, con dentro il mio nome. Il tedesco? Ich heisse Giada und ich bin 42 Jahre alt ma, soprattutto, entschuldigung können Sie bitte langsam wiederholen? Che strana la vita: fino a poco tempo fa mai me ne sarei andata, mentre ora mai potrei restare senza prima provare questa esperienza. Comincio con un anno; magari meno o magari di più. Traslocherò in febbraio, mese in cui inizierò i corsi di integrazione di tedesco affiancati da quelli in inglese: non so, ho voglia di comunicare: ho almeno bisogno di poterlo fare. 

Una camera nel Mendrisiotto la terrò in quanto conto di tornare almeno una volta al mese: a me piace stare qui ma per adesso non così, non più. Inoltre quando i cuori sono vicini non bisogna temere i chilometri di distanza, e sinceramente con la famiglia e gli amici meravigliosi che ho la fortuna di trovarmi accanto questa è l’ultima delle preoccupazioni; anzi, sarà persino più eclettico e divertente.

E niente, era solo per dire che se da febbraio passate da Sils Baselgia un caffè nel mio nuovo atelier ve lo offro volentieri. Se poi quando suonate il campanello non trovate nessuno prima di andarvene guardatevi attorno: probabilmente sarò lì in giro a cercare di catturare quella luce che dopo tanto ammirare, è riuscita davvero infine a catturare me. 

Gottardino: ci siamo!

Sarà perché fu tra le prime votazioni a cui potei partecipare (e sostenni), perché allora (24 anni fa) sembrava una cosa così lontana, perché è il Gottardo (il SAN Gottardo), perché sopra si trovano le Alpi con il loro cielo, perché quel famoso 15 ottobre del 2010 davanti alla TV piansi come una bimba guardando le immagini della caduta dell'ultimo diaframma o insomma non so, ma passarci attraverso per la prima volta è stata un'emozione di quelle che hanno a che fare con le cose belle, che luccicano sempre un po', anche quando si trovano al centro della terra. #Gottardo #Gotthard #Alptransit #Gottardino

Se solo fossi qui...

Leggo le notizie sul web e mi rendo conto di essere fuori dal mondo, eppure ci son decisamente dentro più qui che a casa. Nel mondo intendo, in quella palla abitata da miliardi di persone di culture diverse e in quella cosa talmente magnifica (a volte anche ingiusta e crudele, ok) da indurre gli uomini a cercare di immortalarla attraverso ciò che vien chiamato arte, o letteratura, filosofia, pensiero, o follia o insomma: quella cosa brulicante lì.

Oggi ho cominciato la giornata visitando l'esposizione Mexique al Gran Palais, la nazione per antonomasia in cui denuncia sociale e rivoluzione hanno influenzato l'espressione artistica del Paese (o il contrario). Frida Kahlo, Diego Rivera, JC Orotzco solo per citarne alcuni. Durante questa visita mi son soffermata spesso a pensare al senso del mio lavoro, dove non denuncio ma cerco piuttosto (credo) di promuovere una sorta di visione, quella che al cospetto del soggetto ti fa venir voglia di voltarti per vedere cosa si percepisce oltre, da lì: sia esso il Cervino, una carezza o un dolore. Serve? A me sì, se poi anche ad altri non posso che esserne felice.

E quindi? Nulla, è solo che leggendo quando accaduto oggi in Ticino mi son proprio sentita fuori dal mondo (anche se accade poi sempre) ma soprattutto (e qui svelo l'arcano), ad esser sinceri (era ora), sappiate che questa è tutta una tirata pseudo filosofica nata dal fatto che sto cenando in un ristorante italiano con camerieri asiatici, pizzaiolo turco e proprietario napoletano... e già su questo fatto potrei andare avanti ascrivere per ore ma l'errore è stato mio: ho iniziato a raccontare rispettando la cronologia dei fatti (e quindi che appena entrata abbia consultato internet), e non dell'interesse (o interessante). Se poi sapeste (oh davvero, se sapeste!) la composizione dei tavoli attorno a me, o la decorazione alle pareti, o la gente che sta passando fuori, o la musica di sottofondo (dai, questa ve la dico: è Hallelujah, capite?). Eeeeh va be', ora comando il decaffeinato all'asiatico che parla un lento francese (un francese abbracciato) e torno all'hotel che è qui vicino ma so ci impiegherò ore ad arrivarci perché poi mi perdo in pensieri e inquadrature che sicuramente farei e svelerei, se solo fossi qui... ma tanto domani torno, in tutti i sensi (?), e buonanotte ;-)

Quelle cose di quel sapore lì...

Questo istante ha un po' quel sapore qui: di quelle cose intense che finiscono, di quelle che magari c'è disordine e non sono propriamente linde ma solo perché vissute, adoperate, date. Di quelle che è un po' come quando entri in una stanza dopo che qualcuno vi ha litigato solo che qui non ci ha litigato nessuno ma è un po' una cosa così: te la senti addosso, attorno.

Nei cliché forse ora salirebbe una folata di vento per sollevare le carte al suolo ma qui non c'è bisogno: si muove già tutto ed è un po' come disse quello là: il naufragar m'è dolce in questo mare... Comunque solo ora (giuro) vedo il nesso fra Leopardi... e il Pardo... come a dire che insomma: godo, in questo dare... #Locarno69

Storie da calpestare

Il post di stasera lo scrivo ora, da qua, che non è il solito luogo in cui mi immergo a fine giornata ma il silenzio è lo stesso, giuro. Il mojito c'è e mi sta tenendo compagnia in questo attimo in cui spero non smetta di piovere; perché piove, e tanto. Peccato non riuscire a condividere ciò che scriverò fra poco, quando arrotolerò i pantaloni, toglierò le scarpe e a piedi nudi mi incamminerò verso casa. E non sarà perché non voglio, è che certe storie appaiono solo se le calpesti; si compongono quando le attraversi. Esistono per chi in quell'istante le percorre, o le scrive, o le vive, non so, certe cose non le so mai, ma va bene così, non importa... Ora vado, e buona notte

Fotografie interrotte

Ecco, son quelle foto che in mezzo ad altre ti chiamano, ma esattamente non è che pronuncino il tuo nome per la prima volta, semplicemente sono le uniche che mentre scorri l'album della giornata ti stanno ancora guardando dritto negli occhi: sono foto in attesa, interrotte. È come quando sei lì in mezzo ad altri in attesa del volto noto e scorgi un cavo, dei piedi e lo sfondo, e la composizione appare. È che poi entro nella bolla della meraviglia e starei lì ore a chiacchierare con l'armonia, a ridere e scherzare prendendoci pure un po' in giro, scambiandoci quelle confidenze che alla fine sanno sempre un po' di me, di te, e di tutti noi.

Non solo il ghiaccio nel bicchiere

Ero indecisa se scrivere questo post in riva al lago o in terrazza, ma poi la voglia di un mojito ha vinto su tutto... che poi non era nemmeno quello, andava bene così, qui e basta. La tovaglia è in cotone giallo sbiadito, e laddove c'era una toppa vi hanno cucito sopra una farfalla; capite? Una farfalla rosa. Son quelle cose semplici attorno alle quali si racchiudono storie, come le mani di colei o colui che l'ha cucita... anzi no, che hanno cucito: sbirciando sugli altri tavoli ne scorgo altre, apparentemente ferme. Nel frattempo la padrona del locale bagna i fiori, un pipistrello attraversa il cono di luce di un lampione, un tedesco canticchia e dietro me sento pronunciare la parola "privacy"; incredibile quante cose possano accadere mentre alcune cose si sciolgono, compreso il ghiaccio nel bicchiere...

Trasmettere il cielo

Schiena appoggiata a piastrelle di cemento ricoperte dal calore del giorno, quasi non lo volessero lasciare andare, e mani intrecciate dietro la nuca come si vedeva ai tempi, nei film. Un piede che accarezza il cane, l'altro che se allungo un po' forse davvero a quella nuvola arriva. E il perdersi a seguire il volo degli uccelli, spostare lo sguardo per creare composizioni nuove fra ombrellone/fili di ferro e cirrocumuli, chiudere un occhio poi l'altro, a ritmi diversi, solo per vedere l'effetto che fa. E il silenzio, che poi non è silenzio vero ma insomma: un qualche cosa che da lì parte, o arriva, non so. Dovrebbero dedicargli un canale alla TV a questa cosa qui... sì sì, un cielo così andrebbe trasmesso ovunque, sempre, gratis... #caneggiolife