Il 17 gennaio, giorno del mio trasferimento in Engadina, torno spesso a parlare della montagna. È diventato un appuntamento fisso; non per celebrare qualcosa, ma per verificare come il mio rapporto con lei sia cambiato nel tempo. Nove anni fa sono passata, banalmente, dall’andare in montagna all’esserci. Ho smesso di viverla come esperienza e ho iniziato a starci come luogo reale, con i suoi tempi, i suoi limiti e le sue difficoltà. E già lì è cambiato tutto.
Con il tempo, però, la montagna ha iniziato ad assumere un ruolo. È diventata la mia maestra, il mio spazio di silenzio, il mio luogo essenziale. In lei cercavo risposte, leggevo segni, interpretavo ciò che accadeva attraverso simbologie note, alla ricerca di un significato che potesse appagare i miei desideri. Solo più tardi ho capito che nulla di tutto questo le apparteneva davvero, ma erano proiezioni. Le avevo affidato un ruolo, chiedendole di essere qualcosa per me. E col tempo ho imparato che i ruoli, anche quando nascono da buone intenzioni, sono spesso nemici della verità.
A un certo punto ho smesso di chiedere. Non sentivo più la necessità di viverla intensamente, di trarne insegnamenti, di raccontarla, valorizzarla o difenderla. Abbiamo semplicemente iniziato a stare lì, una accanto all’altra. Senza un legame definito. Solo io e lei. Ed è stato proprio in questa convivenza silenziosa che abbiamo iniziato ad apparire davvero l’una all’altra.
Nell’ultimo anno ho abitato soprattutto questa dimensione. La montagna non come cura, risorsa, esperienza trasformativa o custode di un senso particolare, ma come qualcosa che è rimasto lì, tenendomi dove mi trovavo. In pratica, mi ha permesso di stare, senza chiedermi altro.
In questa forma di presenza ho poi iniziato a riconoscere un cambiamento lento, quasi impercettibile. Non una rivelazione, ma un riassestamento. Meno bisogno di spiegare e capire, meno urgenza di rispondere o dare, meno dipendenza dallo straordinario e dalla meraviglia. Persino meno sogni, desideri e necessità da inseguire. In compenso, più rispetto per ciò che non chiede di essere colmato di senso.
Ho iniziato a comprendere che, spogliata di ogni ruolo, la montagna diventa un campo in cui le cose possono accadere, ma anche no. Un luogo in cui anch’io posso accadere, ma anche no. E non c’è nulla di più liberatorio che concedersi questa possibilità: non trovare, non capire, non emozionarsi. È qui che il nulla può recuperare la sua dignità, non come mancanza, ma come spazio reale di libertà.
Negli ultimi mesi sono quasi sempre uscita senza intenzioni. Andavo e basta. Stavo con lei senza cercare nulla. E proprio per questo, meno cercavo, più accadevano eventi in cui il significato non veniva attribuito, ma emergeva. Quando emergeva, lo riconoscevo come qualcosa che riguardava insieme me e il luogo in cui ero. Capivo di essere lì perché vedevo quel lì; mi riconoscevo, insomma, in un evento.
Quando dico che la montagna non mi dava nulla, non intendo che abbia smesso di osservare, raccogliere o nominare. Al contrario, è stato proprio quel nulla a trasformare radicalmente il mio modo di lavorare con gli istanti, i naturogrammi, le geografie simboliche e le passeggiate. Non cerco più messaggi da estrarre, simboli da interpretare o sensi da produrre. Raccolgo perché qualcosa è accaduto, non perché debba dire qualcosa. Gli istanti non spiegano, ma restano. I naturogrammi non rappresentano, ma parlano da sé. Le geografie simboliche non mappano significati, ma attenzioni.
Anche il camminare è cambiato. Non cammino più in cerca di esperienze o rivelazioni. Cammino per stare. E se qualcosa emerge, lo accolgo senza afferrarlo. È in questa sospensione — nel non chiedere, nel non usare, nel non forzare — che il senso, quando arriva, non è mai imposto ma condiviso. E forse è qui che il mio lavoro ha trovato una misura più giusta: non nel dare significato alla montagna, ma nel non toglierglielo.
È così che ho poi iniziato a scrivere della dignità del nulla; magari un giorno diventerà un libro. Con questa espressione non intendo una postura da assumere, ma ciò che diventa visibile quando si riesce a mantenere nel tempo una posizione di non-appropriazione. La montagna mi sta mostrando che il pensiero libero può nascere solo da questa possibilità: poter essere tutto, ma anche niente. E che il senso, per essere autentico, deve poter anche non esserci.
Oggi si parla molto di montagna, e spesso con le migliori intenzioni. Le viene chiesto di essere risorsa turistica, patrimonio da tutelare, simbolo identitario, risposta etica o ambientale, luogo di cura o di elevazione. In tutti questi contesti, però, la montagna è quasi sempre chiamata a essere qualcosa: a funzionare, a restituire. Raramente le viene concessa la possibilità di stare, senza dover giustificare la propria esistenza.
Il pensiero che sto cercando di attraversare non vuole aggiungere un’ulteriore richiesta, né una nuova narrazione. Vuole piuttosto fare un passo indietro e restituire alla montagna uno spazio di non-domanda. Perché forse è solo quando smettiamo di chiederle continuamente qualcosa che può tornare a sostenerci davvero, non come risposta, ma come presenza.
Dunque, dopo nove anni, oggi la montagna mi appare così: un luogo che non chiede nulla e a cui possiamo smettere di chiedere qualcosa. Un luogo che, proprio per questo, può aiutarci a riconoscere ciò che è libero, in noi e in lei. E nello stare, senza dover essere, qualcosa può forse lentamente tornare a trovare il suo posto.
Lieti momenti
Giada
N.B.: Questo testo non intende dire cosa sia la montagna, né cosa debba essere. È il racconto di un modo di stare che ho attraversato io, e di ciò che è diventato visibile quando ho smesso di chiederle qualcosa.
