recensioni

La Via Lattea 15: una costellazione fatta di perle da indossare

Esperienza di bellezza - Ci sono istanti talmente densi di bellezza che si possono infilare come perle ad un collier di meraviglia, prezioso costruito tramite la sua celebrazione durante la notte di sabato scorso.

Sto parlando dell’evento organizzato dal Teatro del Tempo - La Via Lattea, un percorso iniziato alle 23 e terminato alle ore 7 del giorno seguente suddiviso in otto tappe musicali, canore, parlate ma, soprattutto, intense.

Uno dei più grandi poteri insiti nella bellezza è quello di unire, perché per poterla percepire occorre in primis rendersi presenti, essere lì, ricettivi e pronti ad accogliere per cogliere. Questo stato aiuta a superare l’apparenza della realtà per entrare nella dimensione del sentire, della con-partecipazione, di quella sensazione in cui ci si sente in unione con quanto sta avvenendo. Poter attingere a questo rivelarsi dell’esistenza è ciò che può accompagnare verso la via della verità: in pratica è un dono immenso.

E nella notte divenuta immortale:
c’era la luna piena, il vento che delimitava spazi invisibili, il freddo.
Il cammino lungo il bosco, le torce fra gli alberi e alcuni fari laggiù, sull’autostrada.
Qualche chiacchiera, molti passi e nelle orecchie un susseguirsi di note miste a pensieri.
Attraversare paesi dormienti, qualche finestra illuminata, le mani in tasca.
Parole appoggiate come pietre per attraversare fiumi silenziosi nel loro scandire.
Onde. L’eco di canti nati altrove consegnati a noi viandanti.
La schiena appoggiata a colonne scolpite, sulla testa un cielo ornato d'angeli.
Salire gradini, varcare e farsi traghettare da un coro, da un loro.
La stanchezza, l’ora blu, il lago increspato dal vibrare del mattino nascente.
L’umidità sulla pelle, l’abbandono dell’anima, nel cuore ogni accadere:
l’imperitura alba è qui.

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Grazie ai fautori di tutto ciò, agli artisti presenti, al coro Goccia di voci e, naturalmente, a tutti coloro con cui ho potuto condividere questa straordinaria testimonianza ed esperienza di verità essenziale..

Due mostre, tre artisti, un sol guardare

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A inizio agosto sono andata a vedere due mostre i cui protagonisti erano Alberto Giacometti, Francis Bacon e Ferdinand Hodler; una presso la Fondation Beyeler di Basilea e l'altra presso il Kunstmuseum di Winterthur. In quei due giorni ho provato ad indossare le loro visioni e da lì raccontare il viaggio sui miei profili social. Ecco quanto pubblicato.

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Riflessi di insiemi - Frammenti. Fotogrammi. Fermimmagine. Uno dopo l’altro. Immobili nell’istante, veloci nel sol fluire. E corrosi. Da un vuoto ora d’atmosfera ora d’anima. In attesa. Nella distanza.

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In gabbie - La libertà raggiunta attraverso l’astrazione dallo spazio. Guardare all’uomo attraverso la sola verità realizzata dall’abisso, affinché si possa giungere all’intimo per ritrovarvi l’abisso stesso.

Interpreto le gabbie di Giacometti come groviglio di radici da cui l’io individuale può sviluppare la sua partecipazione al divenire universale; un attecchire per potersi elevare, un prendere il nutrimento dall'essenza per riconsegnarla al sottile.

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Il passo di un profumo - La marcia di un uomo, il suo movimento, il suo camminare, come rappresentazione di un processo interiore. Quindi osservare non la direzione o la meta raggiunta ma la capacità di ogni singolo individuo di giungere alla sua totale manifestazione.

Dunque: tu quanti passi stai facendo? Io me lo sto domandando. Giacometti, nel suo uomo che cammina, credo sia “semplicemente” riuscito a cogliere il profumo della rosa.

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Il sapere lo sguardo di Giacometti - Giacometti nelle sue sculture cercava di trasmettere un’idea di insieme dell’individuo, omettendo i dettagli ma inserendovi l’unicità; un po’ come accade quando si riconosce un familiare da lontano senza poterne cogliere i tratti specifici. È con questo pensiero che ieri mi sono posizionata al centro del Mittlere Brücke di Basilea, circondata da 120’000 persone (e io che pensavo di trovare una città deserta, visto il periodo festivo...).

Schiena diritta, mani lungo i fianchi, piedi uniti e sguardo lontano: come le sue sculture, le sue donne.

Il sole stava calando. L’aria benché calda dava sollievo. La gente rideva. Canti. Odori di cibo. Qualche scoppio. L’asfalto. E loro: la gente.

Volti informi, senza storia, senza identità. Un flusso. In quel momento credo di aver percepito l’essenza dell’umana libertà, quella dell’appartenenza a un unico genere che nulla esclude se non il tutto, affinché lo si possa definire, sentire, e inglobare: il tutto.

Poi l’ho visto. Era lo sguardo di un uomo posto sul fondo del ponte, di fronte a me. Schiena dritta, mani lungo i fianchi, piedi uniti. Ci siamo guardati e sorrisi, prima che la folla tornasse ad essere tale, assorbendoci.

L’unico dettaglio essenziale per Giacometti erano gli occhi, su cui si accaniva. Diceva che lui voleva “sapere lo sguardo”; ecco, grazie a quell’uomo ieri ho capito cosa intendeva davvero.

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Di carne, sangue e ciò che si diffonde - Dai ritratti di Francis Bacon, malgrado distorsioni e deformazioni, scaturisce una finezza struggente paragonabile a un momento di intimità; riusciva a cogliere ciò che sorgeva dall’individuo oltre la forma con una delicatezza a tratti commovente.

Disse “chi posa per un autoritratto è composto da carne e sangue; che deve essere catturato è ciò che emana”.

Ora proverò a indossare la sua visione cogliendo ciò che fuoriesce dalle persone presenti in questo luogo pubblico, oltre l’aspetto.

Trovo indifferenza, imbarazzo, rabbia, tranquillità, disperazione, gioia, fastidio, curiosità, amore, senso del dovere, vergogna, divertimento, solitudine, fierezza, e molto altro.

Pochi secondi, è un esercizio, non occorre di più. Oltre la carne e il sangue si accede all'altrove presente, allo spazio reale. Paradossalmente è proprio considerando l’essere umano come un nulla informe che il suo tutto appare, definendolo.

E voi, cosa state cogliendo nel vostro attorno ma, soprattutto, cosa emanate? Io non so, forse ora gratitudine, ma non solo, anzi... sicuramente non solo... e molto di quell’anzi…

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Di selfie e autoritratti - Giacometti e Hodler hanno dedicato la vita intera alla ricerca dell’identità umana, passando anche dalla contemplazione di se stessi. Il primo cercava il proprio io ritraendo i familiari, mentre il secondo ha eseguito più di 40 autoritratti, un fatto piuttosto insolito per un pittore di più di 150 anni fa.

Credo che l’autoritratto, per essere considerato tale, debba riflettere parte della propria esistenza; inevitabile pensare a quanto di tutto ciò sia oggi presente nella maggior parte dei selfie, compresi ovviamente i miei. 

Hodler e quel suo svelare il luogo che accade - Nel ritrarre paesaggi Ferdinand Hodler cercava soprattutto di cogliere l’essenziale, quel qualche cosa capace di accomunare ogni essere vivente e non; la conferma dell’esistenza di un principio universale.

Nel suo lavoro montagne, fiumi, laghi e rocce son divenute forme viepiù rarefatte, arrivando a tramutare la realtà in luoghi sospesi nel tempo e nello spazio, nutriti e sostenuti da colori più simili a un canto che a un pigmento.

Abito in alta montagna, quindi sono praticamente immersa nel contesto da lui spesso dipinto; ciò che scaturisce dalle sue opere lo ritrovo però quando attraverso particolari stati d'animo capaci di orientare lo sguardo verso un'osservazione più assoluta, ovunque mi trovi, foss'anche in centro città.

In pratica suppongo Ferdinand Hodler quel principio universale sia davvero riuscito a scovarlo ma, soprattutto, a svelarcelo. Affinché questo potesse accadere ha prima però dovuto necessariamente rendersi presente LUI a quegli orizzonti, a quei luoghi dello spirito in cui è divenuto egli stesso l’interiorità del paesaggio da rappresentare, rappresentandosi.

Insomma: il mondo accade a chi lo coglie ma, per poterlo fare, occorre essere coscienti della propria presenza, esistenza, vita e individualità; solo diventando così, uniti l'uno all'altro, potremo quindi divenire l'orizzonte verso cui guardare, per guardarsi.

P.S.: nelle foto qui sopra trovate un dipinto di Hodler del 1915 in cui sono ritratte delle Alpi vallesane e un mio scatto fatto in dicembre in Engadina, a testimonianza che l'essenziale è ovunque, sempre ;-)

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Ludovico Einaudi al Lej da Staz: ognuno uno

Esperienza di bellezza - Prendi un pianoforte, un violino e un violoncello, aggiungici come sfondo le montagne, appoggia il tutto su un lago, cospargi l’attorno di pinete, irrora di luce al tramonto, versaci in mezzo un sacco di persone ed ecco: la bellezza è servita.

Se poi questo impasto lo si dà in mano a chi la bellezza non solo la sa creare ma sa anche dove andare a scovarla e alimentare be’, diventa qualche cosa di assoluto. Ieri nell’ambito del Festival da Jazz si è tenuto al Lej da Staz un concerto di Ludovico Einaudi. Ha suonato due ore consecutive, il tempo necessario affinché potesse accadere ciò che è stato, e per ciò che è stato intendo la gente: le persone; noi. 

Ognuno seduto accanto al proprio mondo, assorto anch’esso nell’ascolto.
Ognuno consapevole del silenzio che ha iniziato a regnare, non solo attorno.
Ognuno gentile nella presenza, e grato nel ricevere.
Ognuno inserito in un rigo musicale ampio, come la somma dei respiri consumati.
Ognuno sospeso su un momento che stava nascendo, dalla fine del giorno.
Ognuno responsabile di tramutare ciò che stava aleggiando nell’atmosfera, in eternità.
Ognuno parte di uno spazio reale, dove gli elementi hanno invaso le distanze.
Ognuno padrone della direzione intrapresa, sospinto da un nobile vento.
Ognuno cosciente di partecipare attraverso la presenza, a un atto di estrema bellezza.
Divenendo tale. 
Bello.
Ognuno.
In ciascuno.
Uno.

Scrivere durante un concerto di Jan Garbarek, ed è subito jazz

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Ecco cosa accade quando hai un taccuino fra le mani mentre sul palco si esibiscono:

  • Jan Garbarek al sassofono
  • Rainer Brueninghaus alle tastiere
  • Yuri Daniel al basso
  • Trilok Gurtu alle percussioni

Pensieri lasciati scorrere liberi durante il concerto di Jan Garbarek di mercoledì 18 luglio 2018, presso il centro Rondo a Pontresina, nell'ambito della rassegna Festival da Jazz.

La profondità dello smeraldo riporta all’onda della carne. Tengo uno sguardo di cane e le braccia dei vinti. Mi arriva odore di stracci e inchiostro; è jazz, ma un jazz blu.

Vento, oceano e fondali: un gabbiano oltrepassa i coralli. Un coperchio di cielo si appoggia sul mare.

Una pagliuzza di brace si alza nell’aria. Dalle stelle fuoriescono bolle di sapone che vanno a scoppiare sul gabbiano trasformandolo in terra, e si fa isola. Sabbia, coriandoli di quarzo, riflessi che immortalano uno stroboscopio impazzito. Tuoni dolci come caramelle di pioggia; il gabbiano vive.

Su un treno in città. Finestrini appannati, mele schiacciate, mele leccate. Impronte di ricordi accartocciali restano abbandonati sotto i sedili. Ad ogni curva si accumulano in un angolo; rotolano alle fermate e durante le partenze. Nel loro peregrinare sfiorano piedi e zampe, cicche e cuori. Prossima fermata: ieri. Il sole è un bigliettaio che oblitera pensieri pagati a rate, mai scaduti.

Schegge di piedi, aghi nel suolo: dimore per semi, guanti per dita. Manciate di polpa, succo di terra e occhi di foresta. Profili di anime sdraiate al suolo osservano aquiloni trattenuti da città lontane. Zattere di sospiri approdano su spiagge brulicanti di gesti intonsi ancora impacchettati in quei farò che mai li scarterà. Cigni di panna nuotano in laghi di coca rossa, bambini riempiono nuvole con noccioli di ciliegie sputati. Piove sugli aquiloni; germogliano le mani.

Sono nel timpano del mondo.

Gomitolo di lana. Medusa. Una tovaglia di plastica in giardino su cui comincia a piovere; olive in una botte.

Ci stanno suonando: noi tamburi di carillon.

Re Lear.

I nostri organi sono immobili, collegati al palco attraverso fili su cui sono appese sagome di uccelli incapaci di volare. Cadono fusi su cui ci pungiamo: principi si addormentano, il bosco echeggia.

Il Jazz sfinisce: non hai più una fine ma sfinisci, verso l’infinito.

Applausi. Standing ovation. Fine.

 

Achille Castiglioni visionario al Max Museo di Chiasso

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Tutti dovrebbero andare a vedere l'esposizione di Achille Castiglioni al Max Museo di Chiasso, non solo gli interessati di grafica, design, o forme d’arte in genere ma chiunque: dalla casalinga al panettiere, dallo studente di economia al pilota di aeroplani, perché di Castiglioni colpisce e scaturisce soprattutto il pensiero, oggi più che mai necessario.

Il suo è un modo di osservare e di agire di cui dovremmo riappropriarci, perché se è vero che la parola visionario proietta altrove nell’esposizione il suo spirito ci riporta qui, al presente, a noi stessi e a un noi stessi nei confronti degli altri. Il suo osservare non era solo un cogliere ma un integrare; il suo considerare non era solo un accompagnare ma un rispettare; il suo progettare non era solo un creare ma un servire; il suo inventare non era solo uno scoprire ma un sottolineare e il suo cercare non era solo un indagare ma un intravedere, il tutto ponendo al centro l'essere umano. Per lui le persone erano parte integrante di un progetto: la base da cui partire, da cui farsi ispirare, con cui interagire e attorno cui costruire un dialogo fatto di spazi e gesti.

Nei filmati, citazioni e schizzi esposti si possono prendere appunti su quello che potremmo considerare un buon agire applicabile in ogni campo. Infatti credo che sia sempre utile ogni tanto dare una ripassata a cosa sia davvero un lavoro di gruppo, l’importanza delle relazioni, l’ascolto, la partecipazione, l’effettiva integrazione e assoluta importanza dell’usufruitore finale, la corrispondenza fra modi di essere e ideare, la condivisione intesa come accettazione e sostegno di intuizioni avute da chiunque, porre al centro l'obiettivo e non se stessi, rifare, rivedere, cancellare, sbagliare, scusarsi, accogliere, dare, dare e ancora dare, senza dimenticare di divertirsi, ridere e giocare.

Insomma, Achille Castiglioni Maestro lo è stato in vita e lo è tuttora, e la sua straordinaria grandezza scaturisce anche dall’attitudine da eterno studente che ha saputo mantenere nei confronti del mondo. C'è da dire che quest'anno avrebbe compiuto cent'anni ma mi sa che, grazie al suo osservare, la possibilità di ricevere un immenso dono sarà ancora una volta nostra: non ci resta quindi che coglierla, e applicarla. 

“Non esistono regole,
ma un metodo di scelte successive,
caso per caso,
risposte ai perché e
modifiche fino all’ultimo”

Ma non è finita qui: durante la mostra vedrete diverse immagini e filmati del suo studio a Milano, oggi diventato Fondazione Achille Castiglioni, visitabile su appuntamento. Se vi capita andate, perché Giovanna, figlia di Achille, saprà trasformare la visita in un’esperienza indimenticabile; io ancora oggi quando ci penso sorrido, e son di quei sorrisi belli, a cui segue sempre la voglia di ringraziare l’opportunità che l’ha fatto nascere. Quindi: :-).

I luoghi in cui leggere Chiodi di Agota Kristof

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Non so se sia giusto leggere Chiodi di Agota Kristof dal parrucchiere, al bar e in un centro commerciale, ma stavolta è andata così: è accaduto, come cadono i suoi versi prima di ritrovarteli fisicamente accanto, sorti dall’interpretare. Già, perché le parole di Agota prendono forma attorno a te, ovunque tu sia.

Sono volumi reali che divengono luoghi prima di sciogliersi in aghi, in aghi che appuntano paesaggi su panorami immobili di cui se ne cogliere l’essenza come una folata di vento fa con un nugolo di foglie secche. E così fra molteplici chiacchiere di persone intente a raccontare altro ci si può ritrovare a sferzare stanze, accarezzare deserti, spazzare riflessi e attraversare marciapiedi, per morire infine fra corpi e addii.

Forse non esiste un luogo idoneo dove leggere Agota Kristof in quanto lo è lei stessa, quel luogo; un territorio che dell’attraversare ne sente l’incertezza e le possibilità, che dello scoprire ne morde gli odori e ne spoglia la passione, che dell’abbandonare ne possiede la sofferenza e la libertà ma che, soprattutto, del vivere trasuda quell’intensità che nulla esclude e che tutto riconosce. 

Chiodi, poesie di Agota Kristof, edizioni Casagrande, ISBN 978-88-77-13-791-3

Franca Ghitti, scultrice di note bidimensionali

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Oggi sono andata a vedere la mostra della scultrice Franca Ghitti al Museo cantonale d’Arte a Mendrisio. Simbolismo, rituali, gesti, presenze; forze ancestrali capaci di risuonare con corde dell’anima che non sappiamo più interpretare. Non sono mai state letture semplici, chiare e dal significato specifico, ma proprio questa indefinita espressione permetteva all’essere umano di cogliervi l’infinito. 

Queste note appartenevano alla cultura dei luoghi e approcciarvisi era una necessità; consisteva nel lasciare che qualche cosa potesse agire sulla coscienza creando movimenti e contatti con l’attorno, un attorno dai confini labili quanto il senso di appartenenza con esso, tendente per sua stessa natura all’unione.

La potenza scaturita della bidimensionalità delle sculture di Franca appartiene sia al passato che al futuro, a un vedere e a un sentire che rendono la terza dimensione possibile attraverso l’elevazione; segni la cui profondità corrisponde all’espressione incisa sul volto dell’esistenza, la cui interpretazione svela mappe che forse non intendono portare verso alcuna meta ma che di sicuro sanno colloquiare con il centro del presente, e cioè con il traguardo tagliato da ognuno di noi in quel preciso istante. 

Esposizione in mostra presso il Museo d'Arte di Mendrisio fino al 15 luglio 2018.

Cercare uno sguardo uguale alla mostra di Picasso

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Quello che non so, è cosa mi porterò stavolta a casa da Picasso, attualmente in esposizione al LAC di Lugano fino al 17 giugno 2018. L’hanno intitolata “Uno sguardo differente”, come se di un artista del suo calibro si possa avere una visione precisa anche se ed essere esposti non sono i suoi lavori più celebri. Decido quindi di trasformare la visita al museo in un mio personale gioco di similitudini ed entro nelle sale alla ricerca invece di cosa sia “uno sguardo uguale”.

Trovo bozzetti, opere su carta eseguite in acquerello, collage, pastello, gessetto, carboncino e inchiostro. Variano le dimensioni, i supporti, le annate e i soggetti, come nelle sculture presenti molteplici sono le tecniche, i materiali utilizzati, lo sviluppo nella bi-tri dimensionalità e la sperimentazione plastica. In sostanza: nulla che si assomigli nemmeno lontanamente, ma non demordo.

Attraverso le sale cambiando più volte tragitto, ripercorro persino i miei passi nella speranza di ritrovare uguale almeno nelle impressioni ciò che ho appena visionato, eppure niente da fare: ogni volta colgo un elemento nuovo, foss’anche colpa o merito della presenza umana in quel momento posta accanto a me.

Prima però di darmi per vinta decido di spostarmi nell’unico punto in comune a tutte le opere: il centro dell’esposizione, e provo a cercarlo da lì cosa sia “uno sguardo uguale”.

Mi volto a destra e a sinistra, faccio la giravolta, la faccio un’altra volta, guardo in su, guardo in giù e, prima di dare un bacio a chi vuoi tu, finalmente lo trovo.

I lavori di Picasso non possono avere nulla di simile nemmeno a se stessi in quanto si tratta di suggerimenti, di spunti attraverso cui l’osservatore può costruire una sua intima immagine mentale, ed è questa la vera opera d’arte.

Insomma, quello che non so e che continuo a non sapere, è perché chiamare differente qualche cosa che per sua stessa natura, come la straordinarietà di un artista come quello proposto, non può e potrà mai essere identica a se stessa ma, visto che il gioco l’ho completato, vi svelo la mia personalissima interpretazione.

Un qualche cosa di simile, di uguale nel confronto, effettivamente l’ho trovato, e non andava tanto ricercato nell’eredità artistica di Picasso, ma era messo lì in bella vista afferrabile da chiunque: si è trattato delle persone presenti, viste come dovrebbero apparire agli occhi di tutti se semplicemente osservate: diventano un suggerimento attraverso cui ognuno può in seguito costruirsi la propria immagine dell’umanità intera, dal cui rapportarsi è persino possibile trovare un centro e forse, addirittura, il proprio, di centro.

(La presente recensione è andata in onda su Radio 3 Network martedì 17 aprile 2018 nell'ambito della trasmissione Faigirarelacultura, nella rubrica Quello che non so)

Saleh Addonia, Lei è un altro paese

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Questo non è un libro; sono parole. 

Parole. 

Appaiono una per volta, lente, affinché se ne possa cogliere l’intero significato e tracciarne il contorno. Un contorno che resta inciso nell’aria tagliando ciò su cui appare, su cui appoggia o decidiamo di appoggiarlo, che sia nuvola, se stessi, una mano, un sopracciglio o un membro. 

E a pensarci bene non sono neppure parole ma lettere, lettere pesanti e solide che piombano al suolo creando ciò che non ha intenzione di schiacciare ma di unire; una passerella di elementi in grado di avvicinare coloro che lo vorranno intraprendere, cogliere ma, soprattutto, accogliere.

Consigliatissimo!

Lei è un altro paese di Saleh Addonia, Edizioni Casagrande, numero ISBN 978-88-7713-793-7

Liberi tutti grazie a Oliviero Toscani

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Di Oliviero Toscani molto si conosce o si crede di sapere, convinzione radicata soprattutto in persone che, come me, son cresciute circondate dalle sue immagini. AIDS, anoressia, religioni, razzismo, guerre, società: le sue fotografie non son certo una novità, ma stavolta il protagonista è l’insieme. È come aver sempre osservato pezzi di puzzle singoli ora magistralmente uniti da cui è apparso il disegno completo: un bersaglio.

Concezione, visione, esecuzione e infine lo scatto dell’apparecchio fotografico: eccolo, il colpo. Ma non è un colpo che mira, piuttosto si stacca nella speranza di riuscire a cogliere, per cogliersi. Dicono la sua sia una ricerca ossessiva; io vi ho sì scorto un guerriero in lotta continua ma non contro se stesso, la mediocrità, l’estetica, il marketing, i maschi alfa o qualsiasi altra motivazione gli sia stata attribuita fino ad ora. Per lotta intendo semplicemente lo stato in cui si tende a stare nell’affrontare la solita questione di vita e di morte: l’esistenza.

E lui riesce a immortalarla con una presenza tale da liberarci tutti, offrendoci la possibilità di uscire dai nostri nascondigli e, finalmente, vedere. Osservare senza paura di essere acciuffati: quale dono! In pratica Toscani mira al centro al posto nostro. I suoi scatti sono tensione priva di intenzione: si colpiscono da soli. Capite? Lui ci dà subito la soluzione senza enigmi da risolvere; ci risparmia tempo e fatica, evitandoci anni di iniziazione, esperienze, sconfitte, rabbie e frustrazioni. Ovvio, questo non significa necessariamente farci un favore, ma se non altro ci dà la possibilità di capire tutto, subito. Basta volerlo. E la risposta è semplice: è lì da vedere, nella sua straordinaria complessità. 

Immaginare - Mostra di Oliviero Toscani presso il Max Museo a Chiasso, fino al 4 febbraio 2018.

Milano: quattro mostre in poche righe

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Klimt experience al MUDEC - Museo delle Culture: è il corrispettivo di ciò che è stato Cinquanta sfumature di grigio per il mondo dell’editoria, dove è riuscito ad accaparrarsi quella fascia di persone poco avvezze alla lettura, se non di riviste scandalistiche. Quindi ok, ci sta: Klimt proiettato è sempre meglio di nulla ma insomma: se appena appena avete già messo piede in un museo, anche no.

Toulouse-Lautrec a Palazzo Reale: da gustare, tutto, a poco a poco, con calma, tratto per tratto, immaginandone il gesto, l’attenzione. Un mondo rumoroso, dagli odori forti e dalle vite spremute trasformato in eleganza e bellezze sublimi, il tutto condito da bagliori di ironia sottile e sensualità dai colori che arrivano da lontano. Consigliatissima.

James Nachtwey - Memoria, a Palazzo Reale: laddove la parola uomo acquista un altro significato. Immagini crude ma di un’estetica pazzesca inchiodano lo sguardo a realtà dovute. Una vita dedicata alla memoria, dove il senso di responsabilità comune resta appiccicato addosso. E ce l'hai addosso. Addosso. Consigliatissima e, probabilmente, necessaria.

Sebastiao Salgado - Kuwait, un deserto in fiamme, alla Fondazione Forma per la Fotografia: strano considerare certe immagini consolanti, ma probabilmente è stato l’effetto Nachtwey. Avevo bisogno di un determinato tipo di sguardo, e qui l’ho trovato. Ha molto a che fare con l’idea di fiducia nella razza umana e, benché sporco di petrolio e fra pozzi in fiamme, c’era. Poi va be’, picchi di estetica a cui, per fortuna, non riuscirò ad abituarmi mai. Molto bella.

Milano: giochi di luce che in tutto questo guardare mi hanno accompagnata, brillando su uno strano silenzio. Da vivere, sempre.

Carne y arena: dalla realtà virtuale a quella personale

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Carne y arena è un allestimento plurisensoriale ideato dal premio Oscar Alejandro Gonzàlez Iñárritu, regista di 21 grammi, Babel, Birdman e Revenan solo per citarne alcuni, attualmente visibile presso la Fondazione Prada di Milano. I biglietti vengono venduti via web con ingresso definito sia nel giorno che nell’orario, in quanto si accede all’esperienza uno per volta. La chiamano esperienza e di un’esperienza effettivamente si tratta: un viaggio virtuale che mi ha portato infine a toccare con più consapevolezza la quotidianità.

L’installazione tratta il tema dell’esodo dai paesi latinoamericani verso gli Stati Uniti, che interessa ogni anno circa 250 milioni di persone. Per una decina di minuti, muniti di visore di realtà virtuale, cuffie audio, a piedi nudi sulla sabbia rocciosa in un ambiente in cui potersi muovere liberamente, si può vivere ciò che viene definito cinema dipinto: un modo per diventare protagonisti del racconto non solo entrando a far parte della scena, ma potendo agire da performer scegliendone il personale punto di vista.

Il momento rappresentato tratta l’incontro di alcuni poliziotti di frontiera con un gruppo di migranti nel bel mezzo del deserto. Voci, volti, elicotteri, fucili, cespugli, cani e, fra loro, lo spettatore. Voltarsi e trovarsi faccia a faccia con persone spaventate, arrabbiate, l’atmosfera del nulla arido, i rumori e poter camminare assieme alla scena sono un’esperienza decisamente nuova e intensa. Ma se l’intento del progetto era quello di porre il pubblico all’interno del racconto abbattendo i confini della bidimensionalità, personalmente credo di non essermi mai sentita così distante. Leggere, guardare un film o ascoltare un racconto mi permettono, attraverso l’empatia, l’immaginazione e le sensazioni evocate, di entrare in contatto con la storia. Esserci invece sbattuta nel mezzo, presente fisicamente anche se in una realtà effimera, mi ha fatto sentire completamente estranea ai fatti.

Loro erano accanto a me, vicini, ma inutile fingere di capire, di provare gli stessi turbamenti, di lasciarsi trasportare sulle ali di un racconto che non potrà mai essere il nostro. Mi trovavo nel deserto insieme a loro ma i miei piedi non erano ricoperti di piaghe e vesciche per aver camminato giorni nel deserto. Nel mio paese non rischio tutti giorni la vita, non mi minacciano costantemente, non ho parenti uccisi da gang, non sono la dodicesima figlia di famiglie che lavorano nei campi per ottenere in cambio un pugno di riso, non ho figli che mi sono stati inviati a casa fatti a pezzettini perché qualcuno ha ritenuto gli avessi fatto un torto, non ho passato settimane in container stipati di gente, o in celle frigorifere, o subito violenze fisiche dagli stessi sfruttatori per cui dovrò lavorare ancora 20 anni per far sì che non se la prendano con i miei cari. In pratica non ho alle spalle la stessa miseria che spinge queste persone a intraprendere quel viaggio e nel cuore la medesima speranza di un futuro che possa essere anche solo un poco migliore del niente da cui sono scappati.

Più mi guardavo attorno più mi chiedevo cosa ci facessi lì. Più sentivo sotto i piedi quella sabbia portata da chissà quale cava più mi sentivo fuori luogo. Più sentivo l’aria soffiata dai ventilatori più mi sembrava tutto così ridicolo e falso, come d’altronde era. È stato allora però che ho sentito emergere prepotentemente un’altra storia, ed è quella in cui sono io la protagonista, quella che mi sono costruita e che cerco di affrontare ogni giorno con i mezzi di cui dispongo.

Bizzarro come partecipare a un’esperienza virtuale abbia reso più manifesto il presente, e prestargli la giusta attenzione non dovrebbe essere solo un dovere ma soprattutto un gesto di rispetto verso coloro che il deserto lo devono affrontare tutti i giorni, qualsiasi esso sia. E quando il grande regista deciderà di far apparire sul mio display la scritta off vorrei poter dire di aver vissuto anche io un'esperienza plurisensoriale, che molto probabilmente non vincerà alcun premio Oscar ma quantomeno sarà stata reale, vera, sentita, intensa, toccata, respirata, consumata ma, soprattutto, mia. 

Carne y arena, fino al 15 gennaio 2018 presso la Fondazione Prada di Milano, prenotazione obbligatoria.

Foto Emmanuel Lubezki

Erode il Grande al Festival Culturale Origen

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Arrivare alle 17 al passo dello Julier offre un'anteprima allo spettacolo straordinaria grazie al panorama autunnale, dorato come la torre. L’atmosfera respirata all’interno del teatro prima dell’evento è rilassata, conviviale e intima, tipica degli ambienti in cui ogni dettaglio è curato compresa la giusta quantità di posti a sedere. Alle 18 i bicchieri di vino vengono posati e il pubblico prende posto attorno all’atrio del piano terra.

Il palco scende lento dal soffitto al ritmo di un tempo che capiremo mai passato. Le catene scorrono nel meccanismo portando il cielo in terra come fosse una maledizione; il vuoto lasciato al centro è ora colmato dal protagonista degli eventi: il potere. 

Erode siede sul trono la cui contesa è causa del processo voluto. Gli accusati sono le mogli Doris e Mariamne con i relativi figli avuti da esse Antipatro ed Aristobulo. La sorella Salomè è con lui a ricordargli che il dominio non accetta misericordia, nemmeno se al banco degli imputati siede la famiglia.

Il re della Giudea processa senza vergogna, come senza vergogna guarda negli occhi ogni singola persona del pubblico camminando a bordo palco. E ha ragione: chi siamo noi per giudicarlo? Il giudizio non è forse la prima forma di malignità? La risposta arriva dal sole del tramonto che, incurante degli accadimenti, entra dalle finestre illuminando Erode come chiunque altro, a ricordarci che tutti siamo simili nella luce come nell’ombra.

E così le ombre dell’anima prendono forma creando danze fra accuse e difese, mosse al ritmo di paure, severità, seduzioni, rifiuti e castighi. Vengono calpestate umiltà e scatenate forze che soltanto l’innocenza riesce a brandire, in un ultimo atto di sfida con cui le madri proveranno a difendere i propri figli. Ma il mantello indossato da Erode, intessuto dalle loro stesse ingenuità e crudeltà, lo proteggerà infine dall’unica possibilità che gli imputati avranno di sopravvivere: provare amore.

Una volta eseguita la sentenza il re torna a sedersi sul trono, stanco; i morti non hanno bisogno di essere visti dall’alto, i morti stanno a terra perché è lì che la ferocia li ha voluti anche se a prenderseli sarà il cielo. Il palco può ora iniziare la sua lenta ascesa per consegnare all’eternità il gesto dell’uomo.

Il vuoto lasciato al centro del teatro viene però presto occupato dal pieno di Erode; è un pieno denso, cercato, accettato e compiuto. Il re della Giudea passa ancora una volta a guardare negli occhi le persone presenti prima di uscire nella notte. 

Gli applausi iniziano a scorrere come le catene che hanno sollevato fatti ma non colpe. In seguito il pubblico si alza per uscire e raggiungere la stessa porta varcata da Erode, libero di agire là fuori ieri come oggi, capace di esistere nel giorno come nella notte, ma soprattutto di prendere forma anche in un piccolo vuoto, sicuramente presente in ognuno di noi. 

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Herodes è l’ultima pièce presentata dal Festival Culturale Origen presso il teatro al passo dello Julier, per la regia di Giovanni Netzer; fino al 20 ottobre 2017. www.origen.ch

Credits Foto Spettacolo: BenjaminHofer

 

Sapore di te al Sanatorium Stella Alpina

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Un lago, un hotel, 160 anni, anime e corpi; tanti corpi, e anime. Questi gli ingredienti principali utilizzati dalla compagnia Theater Jetzt per mettere in scena lo spettacolo Sanatorium Stella Alpina ambientato presso l'Hotel Le Prese, proprio il luogo di cui se ne narrano le vicende. 

Dodici sono stati i momenti rappresentati distribuiti fra biblioteca, mansarda, giardino, bagni, cantina, la camera 66 e altri, attraverso cui il pubblico si è dovuto spostare per assistere a monologhi mai banali e tutt’ora attuali. Perché anche se si salpa sul Titanic o si rivive La montagna incantata di Thomas Mann, del lasciare andare o del partire, del cercare di ritrovarsi o della fatica impiegata per non voler ascoltare ci si ammala ancora oggi.

L’ideatore, regista e interprete Oliver Kühn è riuscito a costruire uno spettacolo divertente, ironico, toccante, reale, a volte cinico ma soprattutto stratificato, lasciando cioè la possibilità ad ogni spettatore di scegliere il proprio livello di lettura, dalla profondità variabile come il lago di Poschiavo.

Non per nulla l’ho trovata una pièce liquida, sia per l'aria lacustre respirata nelle vicende, sia per il tipo di carburante necessario alle turbine portatrici di ricchezza e dissidi, ma principalmente per quelle storie che si sono appoggiate sulla superficie per attraversare oceani alla ricerca di una nuova vita, che da quell'ambiente non son volute uscire per non dover affrontare il passare del tempo o che la disperazione è riuscita a tramutare in whisky. 

Consiglio quindi di tuffarsi per una sera in quest’esperienza fatta di leggende, verità, tradizioni, progresso, affari, paure, discipline, solitudini, colloqui letterari, boost time, fughe e speranze, in racconti ambientati attorno a uno specchio d’acqua che alla fine non rimanda solo l’immagine di un Hotel, ma di tutti noi.

Sanatorium Stella Alpina, di Theater Jetzt, in scena fino al 13 ottobre 2017 presso l’Hotel Le Prese di Poschiavo. Spettacolo bilingue tedesco e italiano, con relative traduzioni.

Articolo pubblicato su il Bernina il 3 ottobre 2017.

Passeggiando per Wopart

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Di quelle passeggiate che hai voglia di goderti tranquillamente, a passo lento, girando il volto di qua e di là; osservando, godendo. È questo il ritmo tenuto visitando WopArt, la fiera del disegno delle opere su carta e fotografia che si tiene a Lugano e chiuderà i battenti questa sera. Ripercorrendo con il pensiero quei corridoi mi vien da dire che:

  • La tensione del centro
  • Il centro tende e intende
  • I passepartout sono numeri primi, divisibili sono per se stessi
  • Gli uccelli in volo seguono rotte calligrafiche
  • La bellezza di pronunciare sottovoce Bleistift auf Papier
  • La complessa armonia del caos rilassa
  • Il potere del bianco
  • Il potere del nero
  • Il potere del rosso, del blu, del tratto, della macchia, della crosta, del pieno e del vuoto, del dettaglio e dell’insieme
  • La difficoltà dell’attenzione
  • Della foto, del disegno e dello schizzo
  • L’ombra della parola sta nella sua censura
  • Sul libro, sulla pagina, e sull’insieme di pagine che non fanno un libro
  • L’integrità del taglio
  • L’estrapolazione dal contesto ne crea un altro
  • Il fascino del piè di pagina fotografico
  • L’oro
  • Le trasparenze
  • L’odore dei bordi
  • La voglia di seguirli con il dito, i bordi
  • Di strappi e di pieghe
  • Le righine della carta da pacco
  • Sovrapporre avvicina
  • Del gesto, del corpo, e della sua assenza
  • Il senso a volte ne modifica il principio

Una cena capace di scatenare l'effetto Edward Norton

Ieri sera ho vissuto un’esperienza culinaria che definirei da Fight Club. Avete in mente la scena di Edward Norton dell'uomo Ikea, quella in cui si guarda in giro per l’appartamento e appaiono i mobili con le descrizioni? Ecco: uguale! Appena il piatto veniva appoggiato sul tavolo gli odori scatenavano un catalogo di apparizioni: mangiavo e nella mia mente apparivano cose.

Per lasciare che lo chef ci potesse offrire la sua ambientazione preferita, io e Beatrice abbiamo optato per la versione del menù Sperimentazione a mano libera; sei portate (esiste anche quella da nove) in cui non capivi nemmeno se ti trovavi nel reparto salotti o camera da letto, men che meno ciò che dovevi montare. Eh già, perché come ogni buon prodotto Ikea era necessario assemblarselo da sé, e in più senza istruzioni da seguire.

Cioè, come unire latte di mandorla amara, cavolo rosso, caviale e midollo affumicato? Ma soprattutto: con cosa incastrarli assieme? Considerato che gli unici strumenti di cui disponevamo erano occhi, naso e palato, abbiamo usato quelli; alla fine non solo l’assemblaggio è risultato solido e ben strutturato, ma potevi persino riempirlo con le tue cose come ricordi, evocazioni, immagini e chiacchiere perché giuro: erano sapori contenitori, dentro ci potevi mettere una storia!

Invece coi cappelletti di formaggio caprino al tè di pomodoro e verbena odorosa l’esperienza è stata oserei dire da sofà. Della serie che il ripieno era liquido in modo che potesse scoppiare in bocca per unirsi al brodo profumato l’esatto istante in cui veniva inghiottito. Capite? Qui non si è trattato di costruire qualche cosa che stesse su, ma che l'unione avvenisse nel preciso istante in cui i sensi si lasciavano comodamente sprofondare nello stomaco.

Poi è vero che in Fight Club si parla di tutt’altro e che insomma per regola non se ne dovrebbe parlare per ben due volte ma insomma, secondo me merita (enne bi: non prendo nulla a consigliarvelo). E niente: il ristorante è il Materia a Cernobbio per il cui link è sufficiente cliccare qua (tra l’altro: personale giovane, squisito, competente e gentile; carta dei vini interessante con possibilità abbinamento calice/portata). Ora aggiungo qualche foto fatta col cellulare (sì, quella cosa croccantina che si vede adagiata sulla spuma è cervella impanata) e, per chi non se la ricordasse (possibile?), a fondo pagina trovate la sequenza di Norton, affinché da memorabile scena possa anche per voi trasformarsi in un'indelebile cena. E buon viaggio.

Di Patti Smith e l'Hahnensee

Questa mattina volevo scrivere del libro appena terminato di Patti Smith, Just Kids, ma dovevo ancora portare fuori il cane. Così ho pensato di andare al concorso ippico a vedere cavalli, eleganza, potenza e sangue e tornare subito a casa, ma alla fine al concorso non ci sono mai arrivata, malgrado Horses sia stato il suo primo album. Tutto perché ho deciso di andare in su anche se decidere è già troppo, direi piuttosto che è accaduto; ho cambiato strada, mollato il cane e via, a seguire la nebbia immersa nell’odore di pioggia. 

Il ritmo era quello al limite dell’apnea, il mio modo per creare materiale da buttare nella fornace, perché quando si apre la bocca del fuoco si possono fare solo due cose: nutrire o chiudere, e così ho nutrito. Solitamente lo faccio accettando pensieri, riducendoli in frammenti pronti ad alimentare quella cosa lì che poi almeno per fortuna un po’ si attenua. Un po’; a volte. 

E mentre camminavo mi capitava di cogliere nuove immagini da smembrare e utilizzare: osservare per cogliere, nutrire per assecondare. Non occorre fare altro, è un meccanismo che va avanti da sé, se lo si ammette. E insomma, con questo volevo dire che non era Coney Island ma l’Hahnensee, non indossavo un impermeabile verde Kelly di seta gommata ma una giacca Mammut, non era New York degli anni ’70-’80 ma l’Engadina di oggi, ma il senso di quel bruciare credo di averlo compreso: occorre vivere per viverlo, camminando, soli, nell'incertezza della meta, avendo fede nel percorso... tutto lì... è l'arte.

P.S.1: che poi mi sa che alla fine la recensione un pochino l'ho fatta...

P.S.2: il video è stato girato all'Hahnensee in Engadina, il testo è Just Kids di Patti Smith, la voce la mia, il cane Artù.

L'Apocalisse al passo dello Julier: una Babilonia a 2'284 metri

Per arrivare a una torre occorre salire, sempre. Stavolta lo si è dovuto fare anche per un Passo: lo Julier. Che poi questa non è proprio una torre normale: è Babele, laddove l’uomo cercò di elevarsi a Dio e venne poi diviso. Quindi giusto l'altro ieri l’umanità è stata separata dal verbo, mentre oggi noi siamo qui uniti malgrado si senta parlare tedesco, italiano e romancio. 

La struttura in legno rosso è magnifica, davvero. Grandi sono le vetrate che permettono alla cultura di dialogare con la natura come se non lo facessero già; di parlare tra loro, intendo. Il palco è al centro, sospeso sulla hall d’entrata con il pubblico tutto attorno dal primo al quarto piano come in un’arena. E in mezzo ci sta lei: l’Apocalisse di Gion Antoni Derungs. 

Diciassette sono le voci disposte a cerchio, di cui una narrante. Abiti neri e pelli ora spettrali, ora evanescenti, ora infuocate, ora gelide e ora accoglienti grazie al gioco di luci. E basta. Che è molto più di tutto: è l’essenziale che enfatizza.

E così ti ritrovi ad ascoltare quella cosa capace di penetrarti sotto pelle e ti accorgi che il canto su quel palco ha cominciato a prendere forma. E ride, e ti disprezza, ed è Satana, ma poi anche dolcezza e decadenza, e mucche e campanacci che vengono da fuori. Poi distruzione e salvezza e cavallette e fari di auto e stelle anche se son le lampadine riflesse nelle immense vetrate. E angeli e cori e puttane e doglie e morte e lutto e pianto e speranza e alla fine si spegne tutto e noi rimaniamo lì così, nel buio e nel silenzio, senza sapere cosa fare. 

Sarà durato un minuto. Un minuto intenso sospeso sulle ceneri del mondo conosciuto, di Babilonia. Ma poi è accaduto. Quello spazio vuoto ha cominciato a risucchiarci dal petto ogni parola sbagliata, mai espressa, nascosta, persa, dimenticata, odiata e lacerante conservata, lasciandoci senza più differenze di pronuncia o significato ma con l’unico senso comune a tutti: quello della vita. 

Quindi stasera Babele è riuscita davvero a spezzare l’incantesimo avvicinando realtà culturali diverse. 
Quindi stasera Babele è risorta. 
Quindi stasera Babele siamo noi. 

Applausi.

E fu così che la nebbia proveniente dallo Julier iniziò improvvisamente a roteare attorno alla torre in una spirale che al cielo, stavolta, riuscì ad arrivare…

 

Grosse Apocalypse, Origen Festival Cultural 2017

Kinga Glyk al Festival da Jazz di San Moritz

Fuori odore di pioggia, dentro profumo di sangue. Dentro. Al Dracula-Club di San Moritz stasera si sta dentro, dentro il Jazz. Ed è un Jazz rosso, come la bandiera del Paese da cui proviene, la Polonia, come la giacca che indossa e gli anni che ha: 20. Kinga Głyk suona il basso o meglio lo splende, mentre ci appende. Perché è così che ci sentiamo mentre ci prende, ci immerge e ci strizza, ci sbatte, attacca e infine ci lascia lì così: stesi. 

Stesi nella tempesta ma saldamente attaccati al suo sound, su cui veniamo issati. E così prendiamo il largo; noi vele in balia di un Achab buono e tenace, in un viaggio alla ricerca della verità che alla fine scorgiamo. Kinga il mostro è riuscita a mostrarcelo davvero, proprio nell’istante in cui ha scagliato la fiocina del suo sguardo fatto di concreta freschezza. Adesso Moby Dick giace al suolo in una pozza rossa e lei vi è seduta accanto, a gambe incrociate, in un delicato assolo. È il momento del bis. 

Ora il profumo del sangue è ovunque e noi ci siamo dentro. Dentro.