Franca Ghitti, scultrice di note bidimensionali

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Oggi sono andata a vedere la mostra della scultrice Franca Ghitti al Museo cantonale d’Arte a Mendrisio. Simbolismo, rituali, gesti, presenze; forze ancestrali capaci di risuonare con corde dell’anima che non sappiamo più interpretare. Non sono mai state letture semplici, chiare e dal significato specifico, ma proprio questa indefinita espressione permetteva all’essere umano di cogliervi l’infinito. 

Queste note appartenevano alla cultura dei luoghi e approcciarvisi era una necessità; consisteva nel lasciare che qualche cosa potesse agire sulla coscienza creando movimenti e contatti con l’attorno, un attorno dai confini labili quanto il senso di appartenenza con esso, tendente per sua stessa natura all’unione.

La potenza scaturita della bidimensionalità delle sculture di Franca appartiene sia al passato che al futuro, a un vedere e a un sentire che rendono la terza dimensione possibile attraverso l’elevazione; segni la cui profondità corrisponde all’espressione incisa sul volto dell’esistenza, la cui interpretazione svela mappe che forse non intendono portare verso alcuna meta ma che di sicuro sanno colloquiare con il centro del presente, e cioè con il traguardo tagliato da ognuno di noi in quel preciso istante. 

Esposizione in mostra presso il Museo d'Arte di Mendrisio fino al 15 luglio 2018.

Cercare uno sguardo uguale alla mostra di Picasso

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Quello che non so, è cosa mi porterò stavolta a casa da Picasso, attualmente in esposizione al LAC di Lugano fino al 17 giugno 2018. L’hanno intitolata “Uno sguardo differente”, come se di un artista del suo calibro si possa avere una visione precisa anche se ed essere esposti non sono i suoi lavori più celebri. Decido quindi di trasformare la visita al museo in un mio personale gioco di similitudini ed entro nelle sale alla ricerca invece di cosa sia “uno sguardo uguale”.

Trovo bozzetti, opere su carta eseguite in acquerello, collage, pastello, gessetto, carboncino e inchiostro. Variano le dimensioni, i supporti, le annate e i soggetti, come nelle sculture presenti molteplici sono le tecniche, i materiali utilizzati, lo sviluppo nella bi-tri dimensionalità e la sperimentazione plastica. In sostanza: nulla che si assomigli nemmeno lontanamente, ma non demordo.

Attraverso le sale cambiando più volte tragitto, ripercorro persino i miei passi nella speranza di ritrovare uguale almeno nelle impressioni ciò che ho appena visionato, eppure niente da fare: ogni volta colgo un elemento nuovo, foss’anche colpa o merito della presenza umana in quel momento posta accanto a me.

Prima però di darmi per vinta decido di spostarmi nell’unico punto in comune a tutte le opere: il centro dell’esposizione, e provo a cercarlo da lì cosa sia “uno sguardo uguale”.

Mi volto a destra e a sinistra, faccio la giravolta, la faccio un’altra volta, guardo in su, guardo in giù e, prima di dare un bacio a chi vuoi tu, finalmente lo trovo.

I lavori di Picasso non possono avere nulla di simile nemmeno a se stessi in quanto si tratta di suggerimenti, di spunti attraverso cui l’osservatore può costruire una sua intima immagine mentale, ed è questa la vera opera d’arte.

Insomma, quello che non so e che continuo a non sapere, è perché chiamare differente qualche cosa che per sua stessa natura, come la straordinarietà di un artista come quello proposto, non può e potrà mai essere identica a se stessa ma, visto che il gioco l’ho completato, vi svelo la mia personalissima interpretazione.

Un qualche cosa di simile, di uguale nel confronto, effettivamente l’ho trovato, e non andava tanto ricercato nell’eredità artistica di Picasso, ma era messo lì in bella vista afferrabile da chiunque: si è trattato delle persone presenti, viste come dovrebbero apparire agli occhi di tutti se semplicemente osservate: diventano un suggerimento attraverso cui ognuno può in seguito costruirsi la propria immagine dell’umanità intera, dal cui rapportarsi è persino possibile trovare un centro e forse, addirittura, il proprio, di centro.

(La presente recensione è andata in onda su Radio 3 Network martedì 17 aprile 2018 nell'ambito della trasmissione Faigirarelacultura, nella rubrica Quello che non so)

Andar per mare alla maratona engadinese

Alla maratona engadinese di sci di fondo si può partecipare da sportivo, tifoso, spettatore o, come ho scoperto quest’anno, da velista.

Che fosse la 50esima edizione era ben noto, con l’iscrizione dei pettorali terminata già mesi fa, come ormai tutti sapevano da giorni che non sarebbe stata un’edizione baciata dal sole, e così è stato (ma non per tutti). Pioggia e neve si sono alternati il passo più volte, quasi volessero imitare il ritmo dei 14’000 presenti al suolo diretti a Pontresina o S-chanf.

Da parte mia il tragitto è stato molto più breve, giusto qualche chilometro a piedi per arrivare sul lago di Maloja armata di apparecchio fotografico, in attesa del momento che si è poi dimostrato corrispondere a un varo. Già, perché all’inizio ero troppo concentrata su inquadrature, scatti e tempi d’esposizione per rendermene conto, eppure il mare era già lì vicino a me. Ho cambiato obiettivo, l’ho asciugato e rimesso i guanti; sono passati un elicottero, un paio di persone sotto l’ombrello, una motoslitta e poi ok, di immagini ne avevo abbastanza, potevo quindi cambiare postazione. 

Mi sono incamminata a lato pista seguendo il flusso di persone mantenendo lo sguardo al suolo per ripararmi dalla pioggia, ed è stato lì che l’ho sentito: uno, due, uno due, e uno e due, fra il silenzio. Tanto silenzio, malgrado avessi accanto mille persone. I respiri dei corridori si sono appoggiati alle spinte trasformandole a poco a poco in onde, e quando ho alzato gli occhi dal manto nevoso finalmente l’ho visto: davanti a me si estendeva il mare attraversato da una miriade di singole imbarcazioni.

Perché davvero, a camminarci a fianco prima o poi ti arrivano sia il vento dei loro pensieri sia il flusso delle emozioni che vi stanno aleggiando. È che quando questo accade poi vuoi salirci anche tu su un'imbarcazione, e così capita di ritrovarti in un giorno d’inverno, a 1800 metri di altitudine, circondato dalle Alpi, a veleggiare libero verso un orizzonte presente solo a te stesso. Magari per alcuni questa linea corrisponde a una meta, per altri a un tragitto, per altri ancora a un passaggio e per altri in fondo chi lo sa e poco importa, è che in questo lasciarsi fluire mi sa che, malgrado le condizioni meteo avverse, prima o poi tutti se lo sono visto apparire davanti: era il sole, il proprio sole.

Quello che non so, sul gioco del polo sulla neve

Quello che non so è una rubrica che tengo su Radio 3 Network una volta al mese: pillole di un paio di minuti su ciò che, appunto, non so. In quella andata in onda martedì 27 febbraio ho parlato del gioco del polo sulla neve dove, sembra, esistano regole e risultati ma che insomma, non conoscendole ho potuto leggerci altro ;-).

Testo del video:

Quello che non so, è cosa aspettarmi dal gioco del polo sulla neve. Arrivo a bordo campo, vedo otto giocatori, cavalli, mazze, arbitri e infine lei, una palla arancione che si muove su un suolo bianco come la pagina di un libro, e in quel momento capisco: quella palla non si sta solo muovendo, sta scrivendo. Al suo passaggio appaiono infatti parole, che diventano poi frasi e infine vita, perché è questo il tema del racconto.

Ad esempio, mentre due cavalli si affiancano, tesi, pronti allo scatto, a quel correre già iniziato stando fermi e che magari non accadrà mai, ecco apparire la storia di un desiderio, di pulsioni e pulsazioni all’unisono, di morsi strappati ai sensi, masticati e infine lasciati colare sul mento, il collo, fin sul petto.

Oppure dietro una fuga verso fondo campo sono apparse parole come ossigeno, bagno sotto una gelida cascata, meta appena raggiunta e vittoria a lungo sofferta; o ancora urlo a un cielo in tempesta e tuffo, tuffo ci sta, ma di quelli che apri le braccia e ti lasci cadere di schiena, nel mare.

E nel contropiede? Cosa dire di ciò che è scaturito dalla straordinaria opportunità del tutto, dalla volontà unita alla tenacia, dall’afferrare, stringere e mantenere? Aveva molto a che fare con il notare qualcuno a cui vuoi bene sorridere, e sentirne la risata.

Contatti come frasi, colpi come accenti, falli come punteggiature capaci di cambiare il significato di un periodo, gol che hanno definito paragrafi e il ritmo del racconto. 

Insomma, quello che non so e che continuo a non sapere è quali ruoli abbiano rivestito gli otto giocatori, quali regole abbiano dovuto rispettare e chi abbia vinto, ma di una cosa sono certa: nel cuore di ogni spettatore presente alla manifestazione, quel giorno si è materializzato un ricordo: per ognuno diverso nella trama, nei protagonisti e nelle vicissitudini ma non nel finale, che per tutti si è trattato come sempre di punto, ma stavolta era di color arancione.

Liberi tutti grazie a Oliviero Toscani

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Di Oliviero Toscani molto si conosce o si crede di sapere, convinzione radicata soprattutto in persone che, come me, son cresciute circondate dalle sue immagini. AIDS, anoressia, religioni, razzismo, guerre, società: le sue fotografie non son certo una novità, ma stavolta il protagonista è l’insieme. È come aver sempre osservato pezzi di puzzle singoli ora magistralmente uniti da cui è apparso il disegno completo: un bersaglio.

Concezione, visione, esecuzione e infine lo scatto dell’apparecchio fotografico: eccolo, il colpo. Ma non è un colpo che mira, piuttosto si stacca nella speranza di riuscire a cogliere, per cogliersi. Dicono la sua sia una ricerca ossessiva; io vi ho sì scorto un guerriero in lotta continua ma non contro se stesso, la mediocrità, l’estetica, il marketing, i maschi alfa o qualsiasi altra motivazione gli sia stata attribuita fino ad ora. Per lotta intendo semplicemente lo stato in cui si tende a stare nell’affrontare la solita questione di vita e di morte: l’esistenza.

E lui riesce a immortalarla con una presenza tale da liberarci tutti, offrendoci la possibilità di uscire dai nostri nascondigli e, finalmente, vedere. Osservare senza paura di essere acciuffati: quale dono! In pratica Toscani mira al centro al posto nostro. I suoi scatti sono tensione priva di intenzione: si colpiscono da soli. Capite? Lui ci dà subito la soluzione senza enigmi da risolvere; ci risparmia tempo e fatica, evitandoci anni di iniziazione, esperienze, sconfitte, rabbie e frustrazioni. Ovvio, questo non significa necessariamente farci un favore, ma se non altro ci dà la possibilità di capire tutto, subito. Basta volerlo. E la risposta è semplice: è lì da vedere, nella sua straordinaria complessità. 

Immaginare - Mostra di Oliviero Toscani presso il Max Museo a Chiasso, fino al 4 febbraio 2018.

Milano: quattro mostre in poche righe

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Klimt experience al MUDEC - Museo delle Culture: è il corrispettivo di ciò che è stato Cinquanta sfumature di grigio per il mondo dell’editoria, dove è riuscito ad accaparrarsi quella fascia di persone poco avvezze alla lettura, se non di riviste scandalistiche. Quindi ok, ci sta: Klimt proiettato è sempre meglio di nulla ma insomma: se appena appena avete già messo piede in un museo, anche no.

Toulouse-Lautrec a Palazzo Reale: da gustare, tutto, a poco a poco, con calma, tratto per tratto, immaginandone il gesto, l’attenzione. Un mondo rumoroso, dagli odori forti e dalle vite spremute trasformato in eleganza e bellezze sublimi, il tutto condito da bagliori di ironia sottile e sensualità dai colori che arrivano da lontano. Consigliatissima.

James Nachtwey - Memoria, a Palazzo Reale: laddove la parola uomo acquista un altro significato. Immagini crude ma di un’estetica pazzesca inchiodano lo sguardo a realtà dovute. Una vita dedicata alla memoria, dove il senso di responsabilità comune resta appiccicato addosso. E ce l'hai addosso. Addosso. Consigliatissima e, probabilmente, necessaria.

Sebastiao Salgado - Kuwait, un deserto in fiamme, alla Fondazione Forma per la Fotografia: strano considerare certe immagini consolanti, ma probabilmente è stato l’effetto Nachtwey. Avevo bisogno di un determinato tipo di sguardo, e qui l’ho trovato. Ha molto a che fare con l’idea di fiducia nella razza umana e, benché sporco di petrolio e fra pozzi in fiamme, c’era. Poi va be’, picchi di estetica a cui, per fortuna, non riuscirò ad abituarmi mai. Molto bella.

Milano: giochi di luce che in tutto questo guardare mi hanno accompagnata, brillando su uno strano silenzio. Da vivere, sempre.

2018: il mio discorso di inizio anno

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È come stare su una landa, un luogo, un lontano. Salire sul monte più alto, guardarsi attorno e pronunciarlo da lì, il discorso di inizio anno. Vedo le nuvole basse all’orizzonte, aperte quel tanto da lasciar passare la luce del sole, in formazione raggi. Raggi di ruote che girano all’infinito e mai sostano, per me e per altri che sono, o che verranno. Sotto c’è lei: la mia terra. È un territorio fatto di tentativi, sbagli, persone, storie, esperimenti, soddisfazioni, scoperte, ricordi e salti. Qualche fiume e un lago; un bagliore. Qualche collina e qualche albero. Una foresta abitata e un sentiero da raccogliere. Canti che arrivano da altrove. Mani che crescono nei prati. Petali di parole su cui soffiare. 

E poi tane abitate o pronte da occupare, notti in bottiglia e stelle nel camino. Del vento, gli occhi chiusi. Niente pale, vanghe o zappe, ma sogni che sanno dove attecchire; occorre fidarsi del loro vagare, o sparire. Un baratro di alito caldo che porta ghiaccio nel sangue. Il sole: quello negli occhi che trasforma il controluce in ombre da ritagliare, con le dita. Colori sparsi al suolo. Muschio sulla pelle per sapersi orientare; un becco rapace da ascoltare. Soffice afferrare di respiri trattenuti. L’odore delle zanzare, la lunghezza di una schiena. Tentazioni di lucidità appaganti da aspirare. La musica. Uno specchio per raggiungere il mare. Il sapore delle perle racchiuse attorno a momenti accantonati. Una casa. Un atelier. 

Terra dal giusto sapore, che nel sorso del brindisi osservo non per cambiare, ma per comprendere. E da qui pronuncio: “Del qui e del domani, del possibile e del non ci arriverò, che il risuonare dei nostri calici uniti giunga come lo schiocco di un bacio dietro l’orecchio di nuove intenzioni. E se di questo bere avrò di che ubriacarmi, che siano bollicine di esistenze in movimento verso l’alto, per solleticare volti, affinché il cielo possa sorridere, sorriderci e continuare a sorprenderci, sempre”.

Siate chi siete, e che 2018 sia.

Un giorno da guardiana alla Galleria PGI

Gli spazi dormienti hanno sempre esercitato un grande fascino su di me. Li considero tali quando sono privi di presenza umana, anche se so che le persone non sono responsabili dello stato di veglia di un luogo. 

Quel giorno avevo già la chiave in mano, occorreva aprire la porta facendo attenzione a non svegliare nessuno e così è stato, almeno in principio. Passare qualche istante nella Galleria PGI di Poschiavo, sola, mentre le opere d’arte appese si muovevano al lento ritmo del respiro dei giusti è stato meraviglioso. Son di quelle cose che ti fanno sentire lì, o forse anche solo sentire, non so. 

Accese le luci ho fatto un giro di saluto ai quadri esposti bisbigliando il numero corrispondente in segno di educazione. Non dovrei dirlo, ma i miei dipinti li ho accarezzati: stavano facendo un buon lavoro e quel gesto di affetto mi è uscito spontaneo.

Dicono esista una distanza ideale da cui ammirare un lavoro. In principio a me piace allontanarmi per poterlo osservare incastonato nello spazio, trasformato per un istante in un solitario infilato al dito del gesto. In seguito mi avvicino talmente tanto da riuscire, in quel gesto, a guardarci attraverso, riuscendo a scorgere una lampada accesa su una scrivania, un pennello intinto nei colori, la testa appoggiata alla mano in segno di stanchezza oppure, a volte, persino riuscendo a sentire la musica di sottofondo presente nell’atelier.

Tutto questo accadeva mentre il ticchettio dei radiatori aleggiava per i locali al ritmo di un tempo che sembrava docile e incalzante. Fuori il passaggio di una bicicletta, alcuni bambini intenti a giocare con la neve, e la luce del giorno che si stava chiudendo in un occhio strizzato, come a dirmi “stai attenta, adesso arriva il bello”.

E così è stato. Più il crepuscolo avanzava, più le opere esposte in Galleria trovavano spazio all’esterno, tanto che per un attimo in piazza è apparso il Cervino ed eleganti donne hanno ammiccato ai passanti. Come braccia protese sulla via di passaggio questo effetto di rifrazione ha portato all’interno persone le cui chiacchiere mi hanno accompagnata all’orario di chiusura.

E quale piacere a fine giornata abbassare gli interruttori e fermarsi nei locali ancora un istante, lasciando alla notte la possibilità di manifestarsi attraverso le ombre e i silenzi, di uno spazio che voltandomi a chiudere la porta son riuscita persino a scorgerne gli occhi, svegli.

A un anno dal mio andare a vivere in Engadina

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Me lo ero ripromessa: il giorno che Facebook mi riproporrà l'immagine di Artù nella pozzanghera scriverò di come si sta a vivere in montagna, ed eccola apparire stamane nella mia timeline. Un anno. È passato un anno esatto da quando andai in Engadina a vedere ciò che oggi è diventato il mio atelier, la cui firma del contratto avrebbe significato cambiamento con la C maiuscola. Quando scattai questa foto era pomeriggio inoltrato e avevo la febbre a 38,5; sentivo non essere influenza, probabilmente si trattava solo di paura. Lo stavo facendo veramente? Sì, dovevo.

Cosa posso dire ora del mio vivere in Engadina? È tanta roba, ma tanta davvero: occorre imparare a viverci perché tutto risulta enfatizzato, e per tutto intendo anche se stessi. Si è costantemente immersi nell’ascolto di un fuori e di un dentro che alla fine non se ne riconoscono nemmeno più i confini. È come se ti venisse sparato nelle vene un liquido di realtà aumentata che all’inizio pensi di non riuscire a gestire ma poi, per fortuna, si inizia a comprendere e a trovare il giusto modo di sopportare. Sì, perché a volte è davvero un sopportare. Sembra assurdo da dire, ma solo qui ho potuto sentire il dolore che la bellezza può provocare, ed è davvero un male fisico, capace di spezzare anche se cosa bene non so. Sovente mi è capitato di ritrovarmi a piangere di commozione guardando nel cielo giochi di luce incredibili e pensare "basta, è troppo"; ora, a quasi un anno di distanza, son riuscita se non altro a sostituirlo con un semplice “grazie”, anche se male riesce a farlo ancora. 

C’è da considerare inoltre che non ho distrazioni, quindi posso davvero immergermi in stati di pensiero ampi, dove ciò che prima magari rimaneva incastrato fra stress, traffico e difese ora non trova più ostacoli ed è libero di salire a galla, qualunque cosa sia. Diciamo che passato l’entusiasmo iniziale la primavera è stata un po’ più difficile, mentre ora non so se riuscirei già più a tornare. Me ne accorgo quando scendo in Ticino: sono sufficienti un paio di giorni per sentire come lì sia necessario alzare le difese per non venir travolti. Non ho ancora capito se stare nella natura renda più vulnerabili o insofferenti verso certe realtà quindi sì, io sono una di quelle a cui potrete dire “facile fare i filosofi in mezzo al nulla” e avreste ragione; in città non ci riuscirei, o almeno non nella mia e non ora. D’altronde ho scelto quell’altopiano proprio per lo stato in cui è sempre riuscito a portarmi, condizione assolutamente necessaria per la strada che ho deciso di seguire.

Che poi io sia una persona estremamente fortuna ad essermi potuta permettere di sperimentare ciò non lo metterò mai in dubbio ma, visto che questa è la mia storia, cerco almeno di viverla appieno. C’è comunque ancora da aggiungere che lassù la solitudine è una costante, le condizioni meteorologiche possono essere impietose e la montagna deve assolutamente piacere, ma per fortuna conosco persone meravigliose con cui è possibile scambiarsi calore umano sia attraverso un tavolo che via web e, quando la fame di civiltà si fa sentire, in un attimo si può essere a Zurigo, Lugano o Milano. In pratica nell’anno appena trascorso non sono mai stata così felice e nel contempo non ho mai sofferto così tanto in vita mia ma, se proprio dovessi riassumere quest’esperienza in una parola non avrei dubbi e userei ossigeno, anche se in fin dei conti null’altro è se non quella cosa chiamata opportunità, o a volte anche semplicemente vita.

Nevicata mattutina

Non è solo per l'intensità delle stagioni, per la bellezza dei luoghi, per la luce straordinaria e per tutto quanto un paesaggio montano simile riesca ad offrire. È soprattutto per le possibilità di vivere istanti senza distrazioni, in ascolto, in completo abbandono, in piena fiducia. 

Nel video i pensieri di stamane (da ascoltare):

Nevicata mattutina, 19 novembre 2017

È assenza e somma di colori, è un contare quanti in quell’istante, su quella traiettoria, da dove ti trovi a dove potresti invece stare.

È un non rumore, un sciogliersi sulla pelle, affondare nel presente e sentire il cielo basso sulla testa, vicino le spalle, dietro la nuca, nell’esatto punto d’accesso ai brividi del mondo.

È un osservare la continua composizione che cambia, chiudere un occhio, l’altro, ed entrambi, per lasciare che a disegnare il paesaggio non sia solo la neve, ma anche le sensazioni che fiocco dopo fiocco, ondeggiando, si adagiano al suolo, diventando manto.

Sankt Moritz addormentata

Della bassa stagione mi piace la calma, il silenzio, l'indefinito clima, gli sguardi delle rare genti e, soprattutto, le dame dormienti. Sono gli hotel, le case, le vie e tutto quanto in quel momento riposa abbandonato nel suo stesso respiro. Osservarli in quegli istanti permette di coglierne l'essenza, la personalità, il carattere e la bellezza vera, quella propria della vulnerabilità. 

Stamane son salita in paese per ascoltare il battito lento della dama Sankt Moritz, di cui qui ne riporto un omaggio (video da ascoltare).

Sankt Moritz addormentata

Eccola, dorme. Il rossetto aperto sul comò, vicino al bicchiere di gin tonic ormai vuoto. 
Un lenzuolo copre lo specchio.
Nuda, distesa sul manto di morbida terra, il cui profumo avvolge i sensi.
E respira.
Il soffio del suo vivere attraversa vie come dita fra i capelli.
E sogna.
Un leggero movimento delle palpebre ne tradisce i desideri.
Allungo una mano e ne sfioro i confini.
È morbida, calda.
Incontro uno sguardo, ci sorridiamo in silenzio.
La dama riposa.
La dama aleggia nel sonno del suo divenire, su labbra che presto torneranno a desiderare, che presto torneranno ad apparire.

Coltivare sogni grandi come piccoli frutti

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Questa più che una storia imprenditoriale sembra una fiaba, anche se a parer mio lo è davvero. L’inizio potrebbe corrispondere a “c’era una volta, in un paesino di montagna divenuto più luogo di transito che di residenza, un uomo a cui apparve in sogno una mora”, e non sarebbe nemmeno poi così distante dalla realtà. 

Sto parlando di Nicolò Paganini dell’azienda Piccoli Frutti di Campascio, frazione di Brusio in Valposchiavo, il quale passando davanti a un enorme roveto un giorno ebbe l’illuminazione. Figlio di commercianti la sua strada l'avrebbe portato altrove, ma guardando quelle splendide more selvatiche capì che quella era terra idonea per la coltivazione di frutti di bosco, ed ebbe ragione.

Poco sole, terreno ricco, acqua dal lago sovrastante: occorreva solo trovare lo spazio in cui inserire le coltivazioni. E qui potremmo aggiungere un altro capitolo al racconto fantastico. “In quel villaggio per guardare l’orizzonte occorreva alzare gli occhi oltre le cime delle montagne; sul fondo rocce e fiume, nel mezzo il bosco. A monte e a valle paesi troppo lontani e, poco distante, case abbandonate o di vacanza con giardini selvatici o soffocati dall’incuria”. Ed ecco un'altra intuizione: usare quelle parcelle per la coltura.

Oggi l’azienda vanta 9 ettari di piantagioni suddivisi su 70 appezzamenti, composti prevalentemente da giardini o terrazzamenti ripristinati. Attorno a case diroccate o di vacanza si possono ora trovare piante di lamponi, mirtilli, ribes, fragole, more, prugne, mele e ciliegie. Considerate inoltre l’impatto estetico per Campascio, divenuto ora più ordinato, colorato e vivo. Avere così tante parcelle separate è sicuramente un impegno per l’azienda, ma dal punto di vista della protezione del raccolto si è rivelato un vantaggio, sempre in balia di agenti atmosferici inaspettati o malattie nocive per la pianta. 

La raccolta dei prodotti dura da giugno a settembre. Visto che le persone impiegate in questo periodo sono soprattutto casalinghe, gli orari di lavoro sono stati adattati alle necessità familiari, come finire un po’ prima a mezzogiorno per poter tornare a casa a preparare il pranzo. E non ditemi che anche questo non potrebbe diventare un ulteriore bel paragrafo incantato. Ma non è finita qua.

La frutta raccolta è venduta sia fresca che elaborata, per la cui trasformazione occorreva un nuovo laboratorio. In questi casi spesso la formula consiste in terreno + prefabbricato ma, ovvio, così non è stato. Il cuore da coltivatore di Nicolò l'ha portato a scegliere la ristrutturazione di una costruzione fatiscente nel nucleo piuttosto che togliere ulteriore verde alla valle. Oggi al pian terreno si trova l’azienda e ai piani superiori un bed&breakfast delizioso con un nome che parla da sé: Coltiviamo Sogni.

Già, perché io credo che se si ha abbastanza coraggio per lasciare affondare i piedi nella terra prima o poi se ne sentirà pulsare il battito, e tutto ciò che nascerà da questo incontro potranno essere solo grandi gesti d’amore anche se racchiusi nel piccolo formato di un frutto. D'altronde la delicatezza necessaria per raccogliere un lampone non è forse la stessa che si utilizzerebbe per afferrare un sogno? Nicolò lo ammette, non è stato sempre facile ma si sa: così non fosse stato non avrebbe potuto trattarsi di una favola a lieto fine.

P.S.1: Fatevi un giro nel loro sito, vedrete che le possibilità offerte sono molte e tutte estremamente interessanti, perché oltre a Nicolò Paganini c’è anche l'azienda vitivinicola La Perla di Marco Triacca. 

P.S.2: questo post è a titolo gratuito. Ci tenevo a scriverlo perché mi hanno molto colpita l'attenzione, la cura, l'affetto e l'impatto positivo delle scelte prese non solo guardando verso la propria attività ma considerando la comunità intera. Inoltre se lo meritano davvero e a consigliarvelo vado sul sicuro ;-).

P.S.3: le foto sono state fatte fuori stagione, quindi manca tutta l'apoteosi fruttifera.

 

Carne y arena: dalla realtà virtuale a quella personale

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Carne y arena è un allestimento plurisensoriale ideato dal premio Oscar Alejandro Gonzàlez Iñárritu, regista di 21 grammi, Babel, Birdman e Revenan solo per citarne alcuni, attualmente visibile presso la Fondazione Prada di Milano. I biglietti vengono venduti via web con ingresso definito sia nel giorno che nell’orario, in quanto si accede all’esperienza uno per volta. La chiamano esperienza e di un’esperienza effettivamente si tratta: un viaggio virtuale che mi ha portato infine a toccare con più consapevolezza la quotidianità.

L’installazione tratta il tema dell’esodo dai paesi latinoamericani verso gli Stati Uniti, che interessa ogni anno circa 250 milioni di persone. Per una decina di minuti, muniti di visore di realtà virtuale, cuffie audio, a piedi nudi sulla sabbia rocciosa in un ambiente in cui potersi muovere liberamente, si può vivere ciò che viene definito cinema dipinto: un modo per diventare protagonisti del racconto non solo entrando a far parte della scena, ma potendo agire da performer scegliendone il personale punto di vista.

Il momento rappresentato tratta l’incontro di alcuni poliziotti di frontiera con un gruppo di migranti nel bel mezzo del deserto. Voci, volti, elicotteri, fucili, cespugli, cani e, fra loro, lo spettatore. Voltarsi e trovarsi faccia a faccia con persone spaventate, arrabbiate, l’atmosfera del nulla arido, i rumori e poter camminare assieme alla scena sono un’esperienza decisamente nuova e intensa. Ma se l’intento del progetto era quello di porre il pubblico all’interno del racconto abbattendo i confini della bidimensionalità, personalmente credo di non essermi mai sentita così distante. Leggere, guardare un film o ascoltare un racconto mi permettono, attraverso l’empatia, l’immaginazione e le sensazioni evocate, di entrare in contatto con la storia. Esserci invece sbattuta nel mezzo, presente fisicamente anche se in una realtà effimera, mi ha fatto sentire completamente estranea ai fatti.

Loro erano accanto a me, vicini, ma inutile fingere di capire, di provare gli stessi turbamenti, di lasciarsi trasportare sulle ali di un racconto che non potrà mai essere il nostro. Mi trovavo nel deserto insieme a loro ma i miei piedi non erano ricoperti di piaghe e vesciche per aver camminato giorni nel deserto. Nel mio paese non rischio tutti giorni la vita, non mi minacciano costantemente, non ho parenti uccisi da gang, non sono la dodicesima figlia di famiglie che lavorano nei campi per ottenere in cambio un pugno di riso, non ho figli che mi sono stati inviati a casa fatti a pezzettini perché qualcuno ha ritenuto gli avessi fatto un torto, non ho passato settimane in container stipati di gente, o in celle frigorifere, o subito violenze fisiche dagli stessi sfruttatori per cui dovrò lavorare ancora 20 anni per far sì che non se la prendano con i miei cari. In pratica non ho alle spalle la stessa miseria che spinge queste persone a intraprendere quel viaggio e nel cuore la medesima speranza di un futuro che possa essere anche solo un poco migliore del niente da cui sono scappati.

Più mi guardavo attorno più mi chiedevo cosa ci facessi lì. Più sentivo sotto i piedi quella sabbia portata da chissà quale cava più mi sentivo fuori luogo. Più sentivo l’aria soffiata dai ventilatori più mi sembrava tutto così ridicolo e falso, come d’altronde era. È stato allora però che ho sentito emergere prepotentemente un’altra storia, ed è quella in cui sono io la protagonista, quella che mi sono costruita e che cerco di affrontare ogni giorno con i mezzi di cui dispongo.

Bizzarro come partecipare a un’esperienza virtuale abbia reso più manifesto il presente, e prestargli la giusta attenzione non dovrebbe essere solo un dovere ma soprattutto un gesto di rispetto verso coloro che il deserto lo devono affrontare tutti i giorni, qualsiasi esso sia. E quando il grande regista deciderà di far apparire sul mio display la scritta off vorrei poter dire di aver vissuto anche io un'esperienza plurisensoriale, che molto probabilmente non vincerà alcun premio Oscar ma quantomeno sarà stata reale, vera, sentita, intensa, toccata, respirata, consumata ma, soprattutto, mia. 

Carne y arena, fino al 15 gennaio 2018 presso la Fondazione Prada di Milano, prenotazione obbligatoria.

Foto Emmanuel Lubezki

Erode il Grande al Festival Culturale Origen

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Arrivare alle 17 al passo dello Julier offre un'anteprima allo spettacolo straordinaria grazie al panorama autunnale, dorato come la torre. L’atmosfera respirata all’interno del teatro prima dell’evento è rilassata, conviviale e intima, tipica degli ambienti in cui ogni dettaglio è curato compresa la giusta quantità di posti a sedere. Alle 18 i bicchieri di vino vengono posati e il pubblico prende posto attorno all’atrio del piano terra.

Il palco scende lento dal soffitto al ritmo di un tempo che capiremo mai passato. Le catene scorrono nel meccanismo portando il cielo in terra come fosse una maledizione; il vuoto lasciato al centro è ora colmato dal protagonista degli eventi: il potere. 

Erode siede sul trono la cui contesa è causa del processo voluto. Gli accusati sono le mogli Doris e Mariamne con i relativi figli avuti da esse Antipatro ed Aristobulo. La sorella Salomè è con lui a ricordargli che il dominio non accetta misericordia, nemmeno se al banco degli imputati siede la famiglia.

Il re della Giudea processa senza vergogna, come senza vergogna guarda negli occhi ogni singola persona del pubblico camminando a bordo palco. E ha ragione: chi siamo noi per giudicarlo? Il giudizio non è forse la prima forma di malignità? La risposta arriva dal sole del tramonto che, incurante degli accadimenti, entra dalle finestre illuminando Erode come chiunque altro, a ricordarci che tutti siamo simili nella luce come nell’ombra.

E così le ombre dell’anima prendono forma creando danze fra accuse e difese, mosse al ritmo di paure, severità, seduzioni, rifiuti e castighi. Vengono calpestate umiltà e scatenate forze che soltanto l’innocenza riesce a brandire, in un ultimo atto di sfida con cui le madri proveranno a difendere i propri figli. Ma il mantello indossato da Erode, intessuto dalle loro stesse ingenuità e crudeltà, lo proteggerà infine dall’unica possibilità che gli imputati avranno di sopravvivere: provare amore.

Una volta eseguita la sentenza il re torna a sedersi sul trono, stanco; i morti non hanno bisogno di essere visti dall’alto, i morti stanno a terra perché è lì che la ferocia li ha voluti anche se a prenderseli sarà il cielo. Il palco può ora iniziare la sua lenta ascesa per consegnare all’eternità il gesto dell’uomo.

Il vuoto lasciato al centro del teatro viene però presto occupato dal pieno di Erode; è un pieno denso, cercato, accettato e compiuto. Il re della Giudea passa ancora una volta a guardare negli occhi le persone presenti prima di uscire nella notte. 

Gli applausi iniziano a scorrere come le catene che hanno sollevato fatti ma non colpe. In seguito il pubblico si alza per uscire e raggiungere la stessa porta varcata da Erode, libero di agire là fuori ieri come oggi, capace di esistere nel giorno come nella notte, ma soprattutto di prendere forma anche in un piccolo vuoto, sicuramente presente in ognuno di noi. 

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Herodes è l’ultima pièce presentata dal Festival Culturale Origen presso il teatro al passo dello Julier, per la regia di Giovanni Netzer; fino al 20 ottobre 2017. www.origen.ch

Credits Foto Spettacolo: BenjaminHofer

 

Intervista rilasciata alla rivista Cooperazione

Cosa significa per me vivere appieno?

"Vivere appieno per me è un respiro che attraversa non solo i polmoni ma tutto il corpo, al limite fra il piacere e il dolore, a cui è impossibile opporre resistenza ma da cui ci si può solo lasciare invadere. È una condizione tanto arricchente quanto stancante, difficile da mantenere a lungo ma persino impensabile starne lontani per troppo tempo".

E la passione?

"La passione secondo me non la si può relegare a un singolo segmento dellapropria vita come uno sport o un hobby, ma è il volume su cui si decide di sintonizzare la propria esistenza. È una questione di intensità, è il ritmo delle pulsazioni, enfatizza ogni istante in bene o in male: è l’essenza della vita stessa su cui si appoggia tutto il resto".

Queste ed altre domande (e risposte), sull'intervista rilasciata a Cooperazione il 3 ottobre 2017. Leggi l'articolo.

 Fotografia di Sandro Mahler

Fotografia di Sandro Mahler

Sapore di te al Sanatorium Stella Alpina

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Un lago, un hotel, 160 anni, anime e corpi; tanti corpi, e anime. Questi gli ingredienti principali utilizzati dalla compagnia Theater Jetzt per mettere in scena lo spettacolo Sanatorium Stella Alpina ambientato presso l'Hotel Le Prese, proprio il luogo di cui se ne narrano le vicende. 

Dodici sono stati i momenti rappresentati distribuiti fra biblioteca, mansarda, giardino, bagni, cantina, la camera 66 e altri, attraverso cui il pubblico si è dovuto spostare per assistere a monologhi mai banali e tutt’ora attuali. Perché anche se si salpa sul Titanic o si rivive La montagna incantata di Thomas Mann, del lasciare andare o del partire, del cercare di ritrovarsi o della fatica impiegata per non voler ascoltare ci si ammala ancora oggi.

L’ideatore, regista e interprete Oliver Kühn è riuscito a costruire uno spettacolo divertente, ironico, toccante, reale, a volte cinico ma soprattutto stratificato, lasciando cioè la possibilità ad ogni spettatore di scegliere il proprio livello di lettura, dalla profondità variabile come il lago di Poschiavo.

Non per nulla l’ho trovata una pièce liquida, sia per l'aria lacustre respirata nelle vicende, sia per il tipo di carburante necessario alle turbine portatrici di ricchezza e dissidi, ma principalmente per quelle storie che si sono appoggiate sulla superficie per attraversare oceani alla ricerca di una nuova vita, che da quell'ambiente non son volute uscire per non dover affrontare il passare del tempo o che la disperazione è riuscita a tramutare in whisky. 

Consiglio quindi di tuffarsi per una sera in quest’esperienza fatta di leggende, verità, tradizioni, progresso, affari, paure, discipline, solitudini, colloqui letterari, boost time, fughe e speranze, in racconti ambientati attorno a uno specchio d’acqua che alla fine non rimanda solo l’immagine di un Hotel, ma di tutti noi.

Sanatorium Stella Alpina, di Theater Jetzt, in scena fino al 13 ottobre 2017 presso l’Hotel Le Prese di Poschiavo. Spettacolo bilingue tedesco e italiano, con relative traduzioni.

Articolo pubblicato su il Bernina il 3 ottobre 2017.

CALL OF ACTION: partecipa al progetto Ritratti narrativi

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CALL OF ACTION CONCLUSA

Ringrazio chiunque abbia mostrato interesse per il progetto e operato per la diffusione del messaggio. La partecipazione è stata numerosa e sono molto felice dell'entusiasmo raccolto. A breve inizierò con gli invii, da cui in seguito produrrò i primi Ritratti narrativi che naturalmente pubblicherò. Quindi.... stay tuned!


Post originale del 26 settembre 2017:

Cari tutti, ho bisogno di voi: ho deciso di aprire il progetto di trasmissione orale a chiunque, la qual cosa mi sembra tra l'altro coerente con l'idea che si cela dietro il progetto stesso. Come sapete (se del caso non preoccupatevi, lo ripeto adesso) il mio concetto artistico si basa nello stimolare nel ricevente la propria storia, un proprio racconto, attraverso immagini.

Descrizione concetto: circondati da notizie, informazioni, messaggi pubblicitari, programmi televisivi passatempo e da sterili esposizioni personali, la trasmissione verbale può corrispondere al mezzo in grado di offrire gli sbocchi necessari affinché il contatto e il dialogo umano possano reinsediarsi. Porsi in ascolto davanti a un’opera significa lasciare che le note di una storia altrui entrino in comunicazione con quanto vissuto personalmente. Trasmettere significa consegnare ad altri i propri valori, modelli ed esperienze; un intero patrimonio culturale che, se accolto, può solo crescere e moltiplicarsi attraverso il tempo. 

Mi chiedevo se foste disposti a partecipare attivamente al progetto. Mi piacerebbe poter inserire il vostro numero di telefono nell’elenco delle persone a cui inviare immagini (fotografiche o pittoriche, non più di una alla settimana). Non mi serve descriviate ciò che vi è rappresentato, ma ciò che la visione della stessa sia in grado di evocare del vostro vissuto. Pensate che bello: un territorio, un evento o un quadro raccontato attraverso ciò che lo stesso stimola in voi. Un po’ come se un sasso (il fatto) venisse lanciato nel lago (l'umanità), il quale attraverso il rimbalzo (l'ascolto) sia ingrado di generare tanti anelli (ognuno di voi nella sua straordinaria unicità) quante sono le persone unite nel loro quotidiano vivere (qualsiasi esso sia). Le tracce audio ricevute le userei per creare video o scritti composti da umanità differenti unite dall’elemento generante: l'esistenza.

Se siete d’accordo vi chiedo quindi per cortesia di mandare un messaggio whattsapp allo 0041793136659 con il vostro nome e cognome (o ciò che volete), così da poterlo inserire in rubrica. Il numero sarà attivo unicamente per questo genere di attività, non verrà usato come chat, comunicazioni telefoniche, men che meno come gruppo ma, soprattutto, non lo cederei mai a terzi.

Come funzionerebbe? Quando ricevete l’immagine prendetevi pure il tempo necessario per osservarla (massimo due giorni), poi quando e se (non sentitevi obbligati) sentirete salire in superficie una parte della vostra storia, mandatemela attraverso messaggio vocale (sempre via WhatsApp). Le registrazioni resteranno anonime; inviandomele ne acconsentirete l'uso personale per fini creativi.

Grazie sin d'ora a coloro che vorranno partecipare al progetto, se poi vi dovesse venire in mente qualcuno a cui potrebbe piacere l'idea grazie anche per diffondere le mie intenzioni. Per qualsiasi ulteriori domanda, non esitate a scrivermi.

AGGIORNAMENTO:

CALLTOACTION #RITRATTINARRATIVI #PARTE2. Lo ammetto, non me l'aspettavo. Molte persone stanno rispondendo alla chiamata, esibendo un atto di fiducia e di apertura di cui sarò riconoscente a vita, soprattutto se penso che la maggior parte non mi conosce nemmeno. Mi sono accorta però di dover dare maggiori informazioni, anche perché già il concetto in sé non è tra i più semplici. Cominciamo quindi con: che scopo ha tutto ciò?

L'intento del progetto consiste nel ridare importanza alla propria storia vissuta e non solo mostrata. Uso il metodo delle registrazioni vocali come simbolo della trasmissione orale, dove si consegnava un intero bagaglio culturale fatto di esperienze, rituali, cultura e storia, in cui non solo si comunicava ma si trasmetteva all'altro la propria straordinaria e unica complessità. Whatsapp l'ho scelto per simboleggiare i mezzi usati oggi, secondo me in parte responsabili di questo impoverimento comunicativo. Inoltre la scusa di raccontare di sé permette alle persone di avvicinarsi a qualsiasi fatto.

Ad esempio quando chiedo a qualcuno di raccontarmi un quadro astratto spesso mi sento rispondere che non ne hanno le competenze, se invece chiedo di condividere con me un ricordo evocato dall'opera, tutti (almeno fino ad ora) si pongono in ascolto senza giudizio e timore alcuno, riescono ad avvicinarsi: nulla è più certo di ciò che è già avvenuto in passato, dà sicurezza, nel bene e nel male. Non da ultimo, lasciando che siano i vostri vissuti personali a raccontare l'elemento generante, è un po' come riuscire a dare un volto al vento, che non si vede se non attraverso ciò che smuove.

Vi aspetto, secondo me sarà davvero un bel viaggio da percorrere tutti assieme.

Passeggiando per Wopart

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Di quelle passeggiate che hai voglia di goderti tranquillamente, a passo lento, girando il volto di qua e di là; osservando, godendo. È questo il ritmo tenuto visitando WopArt, la fiera del disegno delle opere su carta e fotografia che si tiene a Lugano e chiuderà i battenti questa sera. Ripercorrendo con il pensiero quei corridoi mi vien da dire che:

  • La tensione del centro
  • Il centro tende e intende
  • I passepartout sono numeri primi, divisibili sono per se stessi
  • Gli uccelli in volo seguono rotte calligrafiche
  • La bellezza di pronunciare sottovoce Bleistift auf Papier
  • La complessa armonia del caos rilassa
  • Il potere del bianco
  • Il potere del nero
  • Il potere del rosso, del blu, del tratto, della macchia, della crosta, del pieno e del vuoto, del dettaglio e dell’insieme
  • La difficoltà dell’attenzione
  • Della foto, del disegno e dello schizzo
  • L’ombra della parola sta nella sua censura
  • Sul libro, sulla pagina, e sull’insieme di pagine che non fanno un libro
  • L’integrità del taglio
  • L’estrapolazione dal contesto ne crea un altro
  • Il fascino del piè di pagina fotografico
  • L’oro
  • Le trasparenze
  • L’odore dei bordi
  • La voglia di seguirli con il dito, i bordi
  • Di strappi e di pieghe
  • Le righine della carta da pacco
  • Sovrapporre avvicina
  • Del gesto, del corpo, e della sua assenza
  • Il senso a volte ne modifica il principio

Workshop di progettazione urbana/umana

L’architettura è la volontà dell’epoca tradotta nello spazio, disse Ludwig Mies Van der Rohe; è che per tradurre occorre saper ascoltare ciottoli e fiumi, dalla più scontata abitudine al più audace desiderio, dalle dinamiche comunitarie ad ogni singola individualità.

Questo è lo spirito che aleggia fra i banchi del workshop di progettazione urbana giunto ormai alla sua terza edizione. Compito di quest'anno cercare, attraverso proposte di intervento, di ridare al comune di Rovio una piazza abitata. Il gruppo è composto prevalentemente da architetti e studenti giunti da ogni parte d'Italia e del Ticino, sapientemente capitanati dall'architetto Licia Lamanuzzi, più me, che avevo bisogno di un nuovo punto di vista per sollevare il mondo e sbirciare cosa si nasconde sotto.

E così di seguito, in un post che aggiornerò giorno per giorno, proporrò un elenco di ciò che avrò imparato durante la giornata.

Day 1 - Ritrovo e incontro con la popolazione:

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  • Se chiedi la gente risponde
  • Se ascolti la gente racconta
  • I paesi sono visti, scritti, immaginati e ce li hai sotto, sopra, attorno e dentro
  • Il confine è una relazione
  • Le persone sono i luoghi che abitano e che vorrebbero abitare
  • Riqualificare significa riconsegnare
  • Il pedone vince laddove ne viene incentivata la presenza
  • Anche i garzoni disegnano
  • Delimitare limiti limita l’apprendimento degli stessi 
  • L'educazione non può essere delegata a un recinto
  • Su alcune panchine si scrive l’infotraffico
  • I bambini vedono cosa potrebbe diventare, mentre gli anziani cosa potrebbe venire a mancare
  • Condividere riduce la dispersione 
  • L’obiettivo è un incastro
  • I giovani sono belli
  • Coinvolgere ne accentua il senso

Day 2 - Primi schizzi e conferenze pubbliche:

  • Le interferenze non si annullano, si trattano
  • Una costruzione risuona nella coscienza umana  di ognuno
  • Se riesci a immaginare qualche cosa, quella cosa ti attraversa 
  • Ascoltare il bacio fra strada e piazza
  • Assecondare non è ricalcare
  • Non abbiamo bisogno di recinti per sentirci liberi

Dall'architetto Martino Pedrozzi ho imparato che:

  • Si abitava la semplicità
  • Le cascine sono embrioni dello spazio urbano
  • Le rovine possono diventare un omaggio a chi le ha vissute
  • L'insieme delle vie formano un unico spazio
  • Sovrapporre salva fiumi e vigneti
  • Senza togliere o portare nasce l'ordine dello spostare
  • Per separare a volte occorre unire
  • Il bello appaga anche se non se ne conosce la storia

Dagli architetti Federico de Molfetta e Hope Strode:

  • C'è bisogno di paesaggio
  • Non è necessario nascondere, ma creare relazioni
  • Le complessità vanno mantenute, occorre solo calibrarle
  • L'immaginazione è ciò con cui ci confrontiamo, e ridare la possibilità di immaginare è importante
  • Le masse vegetali sono volumi; il linguaggio architettonico è uguale, a cambire è il fattore tempo
  • La natura tende alla complessità, l'architettura al deperimento
  • Una spina dorsale vegetale è sorretta da ambienti
  • La manutenzione di uno spazio fa parte della struttura

Day 3 - Sviluppo progetti e conferenze parte seconda:

La giornata di oggi invece mi ha portato a comprendere che:

  • La progettazione urbanistica consiste nel creare un disegno dello spazio capace di trasportare il comfort domestico dalla scala privata a quella pubblica (Arch. Bjorn Klingenberg)

Dall’ingegnere, architetto e architetto paesaggista Cristina Petralla ho imparato che:

  • La soluzione è trovare un giusto modo per raggiungere il futuro
  • Il paesaggio è un’invenzione umana dei tempi recenti; prima natura e mare uccidevano, non si diceva “che bel paesaggio”
  • Per capire cosa fare occorre comprendere le parti
  • Un paesaggio è ciò che rimane; è ciò che noi lasciamo
  • Uno spazio pubblico è l’insieme del contesto
  • Un buon governo porta ad avere un buon paesaggio, il cui primo passo consiste nell’offrire sicurezza
  • In un progetto occorre inserire anche l’incertezza; non si è mai sicuri di come la propria opera verrà vissuta e utilizzata
  • La totalità del territorio è un insieme di sistemi, a cui va dato ad ognuno la possibilità di svilupparsi senza diventare preponderante
  • Il progresso non è solo un avanzare, ma a volte consiste nel ripensare il passato e tornare indietro
  • Il paesaggio è un’opera collettiva, siamo noi a comporlo

Dall’architetto Stefano Moor invece ho capito che:

  • La città è il punto culminante fra natura e cultura
  • Insegnare non è nient’altro che continuare a fare ciò che si fa tutti i giorni
  • Paragonare serve a capire
  • L’architettura dovrebbe dare la risposta più giusta a una problematica
  • Esistono ombre inutili
  • Si può dare una risposta al luogo attraverso una struttura statica
  • Non bisogna avere paura o vergognarsi di ripetere le stesse cose
  • Per creare il vuoto occorre densificare l’attorno
  • Si cerca di dare risposte che diano un senso a tutto il territorio
  • La buona architettura si può imparare, mentre il pensiero etico va guidato e sviluppato
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Day 4 - ProgetTIAMO il futuro:

Oggi mi sono data alla creazione di un video ispirato e dedicato alla progettazione urbana.

ProgetTIAMO

Ecco il suolo, su cui son solo
su quei percorsi, rivivo i miei trascorsi
ma una trasformazione, porta alla reazione.

Sulla piazza, appare una ragazza
percorro il tragitto, vengo trafitto
intraprendo il cammino, e mi avvicino.

Dai legami, nascon "mi ami?"
uniamo la storia, progettiamo il futuro
"certo che ti amo, ne sono sicuro".

Day 5 - Parole della piazza:

Cosa vorrebbero vedere i bambini nella piazza del loro paese? Uno squalo, qualche foca, un trampolino ma anche sculture e quadri. Le risposte nel video riassunto della quinta giornata del WPURovio2017 mixato a qualche foto del passato e del presente, avendo già nei desideri rappresentato il futuro.