LA CURA: CIÒ CHE FA RESTARE
C’è una parola che non si annuncia e non fa rumore. Che non chiede di essere capita ma praticata. È una parola che torna, ogni giorno, nei gesti più piccoli e nei passaggi più fragili. È la cura.
Dopo aver attraversato soglie, centri, vuoti, tempi, dimore, alterità e parole, questo cammino arriva qui. Non a una conclusione, ma a ciò che permette a tutto il resto di durare. La cura infatti non apre il legame: lo sostiene. Non fonda, ma accompagna. Non brilla, ma resta.
Nell’Arte del Sogliare, la cura non è un sentimento astratto né un’azione eroica. È una postura. Un modo di stare in relazione con ciò che c’è senza possederlo e senza abbandonarlo. Curare, secondo me, significa rispondere al luogo che ci ospita, al tempo che attraversiamo, all’altro che ci viene incontro anche quando non chiede nulla. È un gesto che nasce dall’ascolto e si rinnova nella presenza.
La cura non accelera i passaggi e non li forza. Sta sulla soglia quando il passaggio è incerto, tiene insieme ciò che rischia di andare in frantumi e protegge senza chiudere. È un’attenzione continua, spesso invisibile, che rende il mondo abitabile istante dopo istante.
In questo numero esploreremo la cura come gesto di soglia: nello spazio che accoglie, nel tempo che rispetta, nel corpo che sente, nei gesti che rispondono e nella quotidianità che mantiene vivo il legame. Un cammino fatto di istanti, pratiche e voci condivise, in cui la cura non pretende di guarire il mondo, ma lo accompagna a rimanere intero.
Lieta lettura.
Giada
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La foto che ho scelto per rappresentare la cura - La cura, per me, è come la luce del crepuscolo mattutino. È una luce che tiene insieme, che unisce l’alba alla notte senza forzarle e senza separarle. Non è più buio ma non è ancora giorno. È, semplicemente, una presenza che sta. Ritorna ogni mattina non come evento, ma come una presenza affidabile. Permette ogni giorno al mondo, per un attimo, di non essere più notte e di non dover essere ancora mattina, concedendogli una tregua dal tempo.
Il crepuscolo, insomma, non usa il mondo ma lo preserva. Lo tiene sulla soglia e sembra dirgli: “puoi restare così, per un momento, ti proteggo io dal prima e dal dopo”. Nel suo passaggio, inoltre, l’ordine del tempo si mantiene. Non perché venga imposto ma perché viene custodito. La luce sa dove fermarsi e l’ombra sa quando ritirarsi. Niente viene consumato.
Il crepuscolo è un centro silenzioso, non attira l’attenzione e non chiede di essere guardato. Eppure orienta: rimette ogni cosa al proprio posto senza spostarla. Per me la cura somiglia proprio a questo: a una luce che non accelera, non trattiene e non pretende. È una luce che passa, protegge e se ne va, lasciando il mondo intatto così come è sempre stato, ma avendolo incontrato.
E nell’Arte del Sogliare la cura può essere proprio questo: una presenza che ritorna senza imporsi, un gesto che protegge senza trattenere, uno spazio che sospende il prima e il dopo per permettere a ciò che c’è di essere, ancora un momento, senza dover diventare altro.
Perché dopo la soglia, il centro, il vuoto, il tempo, la casa, l’altro e la parola, arriva la cura
Questo cammino mensile nasce come un attraversamento del reale attraverso alcune parole-luogo. Abbiamo varcato una soglia, cercato un centro, sostato nel vuoto, ascoltato il tempo, trovato casa, incontrato l’altro e imparato a nominare ciò che appariva attraverso la parola. Ogni tappa ha aperto uno spazio, una postura, un modo diverso di stare al mondo.
La cura arriva dopo tutto questo. Non come un nuovo inizio ma come ciò che permette a ciò che è stato incontrato di restare vivo.
Nel percorso dell’Arte del Sogliare, la cura non precede l’esperienza ma la segue. Arriva quando qualcosa è già apparso, quando un legame si è già dato, quando una parola è stata detta. È ciò che si attiva dopo l’incontro, quando non basta più attraversare, comprendere o nominare, ma diventa necessario prendersi la responsabilità di ciò che c’è.
Curare significa infatti continuare a esserci. Tornare. Rinnovare la presenza anche quando l’intensità si abbassa, quando l’istante è passato o quando il gesto non è più evidente. È un movimento discreto che non fonda nuovi significati, ma custodisce quelli emersi. In questo senso, la cura non è spettacolare ma è ripetitiva, fragile ed essenziale.
Nel tempo che stiamo attraversando, la cura è diventata una parola carica, spesso invocata e talvolta consumata. Eppure, nel suo nucleo più semplice, resta una pratica radicale: rispondere senza possedere, proteggere senza chiudere, sostenere senza trattenere. È una forma di attenzione che si esercita nel concreto, nei dettagli, nelle scelte minime che tengono insieme un luogo, una relazione o una vita.
Per questo la cura arriva ora. Perché dopo aver imparato a stare, a incontrare e a nominare, resta una domanda aperta: come continuare? Come è possibile rimanere fedeli a ciò che è apparso, senza trasformarlo in oggetto o perderlo nel tempo?
In questo numero, la cura verrà attraversata come gesto di continuità: un modo di abitare il legame che non chiede perfezione ma presenza. Un’attenzione che non salva, ma accompagna. Che non risolve, ma mantiene aperto lo spazio in cui il reale può ancora respirare.
Le cinque dimensioni del legame –
La cura nell’Arte del Sogliare
Nell’Arte del Sogliare, la cura non è un’aggiunta morale all’esperienza, ma la sua prosecuzione naturale. È ciò che accade quando un legame è già stato riconosciuto e chiede di essere mantenuto nel tempo. Non coincide con un atto isolato, ma con una qualità della presenza che attraversa lo spazio, il tempo, i gesti, il corpo e la quotidianità.
La cura non vive in astratto. Si manifesta sempre in una situazione concreta, in un contesto specifico, in una relazione reale. È per questo che può essere riconosciuta solo attraversando le cinque dimensioni del legame: i luoghi sensibili in cui la cura prende forma senza bisogno di essere dichiarata.
1. La cura nello spazio: rendere abitabile
La cura, nello spazio, comincia da una domanda semplice: qui si può stare?
Curare uno spazio non significa renderlo perfetto, ma fare in modo che chi entra — una persona, un corpo o un pensiero — possa respirare. La cura riguarda il modo in cui un luogo accoglie: se invita a restare, se lascia margine, se non chiede prestazioni.
Può essere una stanza, una casa o un paesaggio, ma anche uno spazio relazionale: una conversazione, una distanza o un silenzio condiviso. La cura si riconosce da dettagli minimi: una luce non abbagliante, un ritmo che non incalza, una soglia che non espone troppo in fretta.
Curare lo spazio è abbassare la voce quando qualcuno è stanco. Lasciare una sedia vuota. Non chiedere subito spiegazioni. Fare spazio prima di occupare. Sentire quando avvicinarsi e quando restare un passo indietro.
Uno spazio curato non trattiene, ma regge. Non impone una forma, ma permette a chi arriva di trovare la propria. È uno spazio in cui ci si sente accolti, non messi alla prova.
Esiste anche uno spazio non curato. È lo spazio che stringe o invade, che chiede troppo, che non lascia margine. Una stanza troppo piena o troppo perfetta, una conversazione che incalza o una vicinanza che non ascolta.
Curare lo spazio quindi, spesso significa togliere. Alleggerire. Lasciare una soglia aperta. Rendere possibile la sosta. È un gesto discreto ma decisivo, che permette al legame di cominciare senza ferire.
2. La cura nel tempo: tornare
La cura, nel tempo, non accade una volta sola. Accade quando si torna.
Curare il tempo non significa riempirlo né gestirlo meglio. Significa non abbandonare ciò che è stato incontrato. Tornare su un gesto, su una relazione, su un luogo, anche quando l’intensità è passata e non c’è più nulla di speciale da dire o da fare.
La cura nel tempo si riconosce dalla continuità. Da una presenza che non sparisce appena l’attenzione si sposta altrove. È il messaggio che arriva anche quando non c’è urgenza, la visita che si ripete, il pensiero che ritorna senza dover essere sollecitato.
Curare il tempo è, per esempio, mantenere una piccola promessa. Tornare a chiedere come stai. Riprendere una conversazione lasciata in sospeso. Dare tempo a qualcosa di maturare senza forzarne l’esito. Accettare che alcune cose abbiano bisogno di durata più che di intensità.
Esiste anche una mancanza di cura nel tempo. Accade quando si passa oltre troppo in fretta, quando si consuma un incontro e lo si lascia indietro, quando si cerca sempre il nuovo senza restare con ciò che c’è. In questi casi il tempo diventa frammentato: nulla si deposita davvero.
La cura nel tempo non trattiene, ma rimane. Non insiste, ma ritorna. È una fedeltà leggera, che non immobilizza e non dimentica. Un modo di stare che permette ai legami di durare senza irrigidirsi.
3. La cura come gesto: rispondere
La cura, come gesto nasce sempre da una risposta. Non da un’idea astratta di bene, ma da qualcosa che chiama.
Curare non significa fare di più né fare tutto. Significa fare ciò che serve, in quel momento, in quella situazione. A volte è un’azione, a volte è un limite, a volte è una presenza che decide di restare. La cura come gesto è misurata: non invade, non anticipa e non si impone.
Curare è, per esempio, fermarsi invece di insistere. Dire no quando dire sì sarebbe più facile. Essere presenti senza intervenire. Offrire aiuto senza sostituirsi. Riconoscere quando è il momento di fare un passo avanti e quando è più giusto farne uno indietro.
Esistono gesti che sembrano cura ma non lo sono. Gesti che aiutano per controllo, che proteggono per paura, che insistono quando l’altro non è pronto. In questi casi il gesto non ascolta ma occupa. Anche l’eccesso può essere una forma di mancanza di cura.
La cura come gesto si riconosce da questo: non crea dipendenza. Lascia l’altro più libero non più legato. Rafforza il legame senza stringerlo. È un gesto che risponde, poi si ritrae, lasciando spazio a ciò che può continuare da solo.
4. La cura nel corpo: sentire il limite
La cura, nel corpo, comincia dall’ascolto. Prima di essere pensata, la cura è sentita.
Curare il corpo non significa correggerlo, spingerlo o migliorarlo. Significa riconoscere i suoi segnali e prenderli sul serio. Il corpo parla continuamente: attraverso la stanchezza, il respiro, la tensione o il bisogno di fermarsi. La cura è non ignorare queste voci.
Curare il corpo è, per esempio, concedersi una pausa senza doverla giustificare. Dormire quando serve. Mangiare con attenzione. Rallentare prima di crollare. Dire basta prima che il corpo sia costretto a dirlo al posto nostro.
Esiste anche una mancanza di cura nel corpo. Accade quando si forza, quando si resiste oltre il limite, quando si separa il fare dal sentire. Quando si chiede al corpo di reggere tutto senza ascoltarlo. In questi casi, il corpo smette di collaborare: si irrigidisce, si chiude o si ammala.
La cura nel corpo non è debolezza, ma alleanza. È un patto di ascolto che permette di restare presenti più a lungo, senza consumarsi. Quando il corpo è curato, la presenza diventa più stabile e il legame con il mondo più affidabile.
5. La cura nella quotidianità: mantenere vivo il legame
La cura, nella quotidianità, è quella che non fa notizia. È la più silenziosa e anche la più difficile.
Curare nella vita di tutti i giorni significa tornare a scegliere, ogni volta, ciò che già c’è. Non per abitudine, ma per attenzione rinnovata. La cura quotidiana non ha bisogno di gesti eccezionali: vive nei piccoli atti che tengono insieme un legame nel tempo.
È, per esempio, riordinare uno spazio perché qualcuno possa arrivare. Preparare un pasto con presenza. Rispondere a un messaggio senza fretta. Prendersi cura di un luogo anche quando nessuno guarda. Fare bene una cosa semplice, più volte.
Esiste anche una mancanza di cura nella quotidianità. Accade quando tutto diventa automatico, quando si smette di prestare attenzione, quando il legame viene dato per scontato. In questi casi, le cose continuano a funzionare, ma perdono vitalità. Il gesto resta, la presenza no.
La cura nella quotidianità non salva, non risolve e non conclude, ma mantiene. Tiene aperto lo spazio in cui il legame può continuare a respirare. È una fedeltà discreta, che non immobilizza ma accompagna. Ed è spesso lì, nei giorni ordinari, che la cura diventa reale.
Ti va di condividere cos’è per te la cura?
La cura non ha una sola forma. A volte è un gesto minimo, a volte una scelta che ritorna nel tempo. Può essere qualcosa che fai, qualcosa che ricevi, o qualcosa che stai imparando a non trascurare più. Se ti va, puoi condividere cos’è per te la cura. Grazie per ogni gesto, anche il più piccolo. Anche quello che non fa rumore.
Verso la cura condivisa
La cura non nasce da una sola voce, ma dall’intreccio di esperienze diverse. Nel Vocabolario Collettivo della Realtà, le parole prendono forma a partire dai gesti, dai tentativi e dalle attenzioni quotidiane di chi le attraversa. Anche la cura emerge così: non come definizione chiusa, ma come una presenza condivisa. Le voci raccolte non spiegano la cura, la mostrano. Insieme compongono una forma plurale, capace di restituire la delicatezza e la complessità di ciò che chiamiamo cura.
La seguente definizione è stata possibile grazie ai contributi di Ramona, Rosa, Mauro, Luca, Véronique, Silvia e Gabriela, a cui va il mio più sentito grazie 🙏❤️.
La cura nel Vocabolario Collettivo della Realtà
La cura nasce spesso nei gesti più semplici e quotidiani, lì dove si tenta di fare del bene e ci si accorge, a volte, di essere ancora duri con sé stessi. È il momento in cui vorremmo rallentare, prenderci tempo, e invece trasformiamo anche quell’intento in una prova, in un giudizio, in una richiesta di prestazione. La cura rivela così quanto sia sottile il confine tra attenzione e severità, tra prendersi cura e pretendere.
È una presenza che attraversa le giornate, la casa, il lavoro, le relazioni. Può abitare ogni angolo della vita e diventare una forza diffusa, che non ha bisogno di grandi gesti per esistere. A volte basta nominarla perché il corpo reagisca: un brivido, una sensazione di calore, come se qualcosa di profondo venisse riconosciuto.
La cura è spesso associata all’amore: un amore che avvolge, che protegge, che non chiede nulla in cambio. È la delicatezza del quotidiano: una parola detta con attenzione, un gesto che evita un imbarazzo, un accorgersi dell’altro prima che il disagio diventi ferita. È una gentilezza discreta, spesso invisibile, ma capace di risparmiare solitudini e fratture. Ed è anche una domanda silenziosa: qualcuno, ogni tanto, ha cura di me?
Curare non coincide con guarire, né con salvare. Richiede presenza, continuità, la capacità di restare anche quando non c’è soluzione. I rapporti sono fragili, non sempre si riesce a custodirli: qualcuno si perde, qualcun altro arriva. Anche questo fa parte della cura.
La cura somiglia alla luce del crepuscolo: non è più notte e non è ancora giorno. Sta. Tiene insieme senza forzare. Protegge senza trattenere. Concede una tregua al tempo e permette al mondo di restare, per un istante, così com’è. Non consuma, non accelera e non pretende. Custodisce l’ordine senza imporlo, orienta senza attirare l’attenzione. Passa, incontra, protegge e poi si allontana, lasciando intatto ciò che ha toccato.
La cura è questo: una presenza affidabile, una forma di attenzione che non usa il mondo ma lo preserva. Un modo di stare che rende abitabile la vita.
The Funky Room Shop Bellinzona: un luogo che si prepara
Negli ultimi mesi, alcune forme nate dall’Arte del Sogliare hanno trovato casa a Bellinzona, in uno spazio che non accoglie solo oggetti ma presenze: il The Funky Room Shop. Le Sfere del tempo, i Kit dei desideri dorati e altri elementi del cammino continuano a sostare lì, come tracce di un lavoro che chiede di essere abitato.
Nei prossimi mesi, questo luogo inizierà lentamente a cambiare postura. Non solo spazio di passaggio, ma spazio di incontro. Qui prenderanno forma momenti dedicati agli istanti: passeggiate sogliare, pratiche di attenzione, letture individuali di istanti privati. Non come eventi da consumare, ma come occasioni per sostare, ascoltare e riconoscere ciò che chiede di essere visto.
Per ora, resta così: un luogo che si prepara. Un luogo che tiene. Un luogo in cui la cura può, piano, diventare presenza condivisa.
Chesa Altrova: dove la cura prende forma
Chesa Altrova è una casa in cui la cura ha preso forma di luogo. Non come progetto, ma come pratica quotidiana. Qui il tempo non viene riempito, ma custodito; gli istanti non vengono cercati, ma accolti quando si presentano.
È una dimora abitata da tracce: parole lasciate, gesti ripetuti, presenze che hanno sostato e poi sono ripartite. Chi passa da qui entra in un ritmo diverso, fatto di attenzione, di silenzio, di piccoli atti che tengono insieme ciò che spesso altrove si disperde.
Nell’Arte del Sogliare, Chesa Altrova è questo: un luogo che non chiede nulla ma offre spazio. Uno spazio in cui la cura non si dichiara ma si pratica, giorno dopo giorno. Se senti risuonare in te questo modo di stare, se riconosci il bisogno di una sosta, di un tempo non forzato, di un luogo in cui l’attenzione possa semplicemente restare:
Il cammino su Instagram dell’ultimo mese
Nel corso dell’ultimo mese, il cammino su Instagram ha continuato a seguire una linea di attenzione lenta e incarnata. Attraverso alcuni reel ho raccontato istanti in cui il reale si è mostrato senza essere cercato: una luce riflessa sulla neve, un chiarore gentile capace di scaldare anche ciò che resta in ombra. Una luce che torna come un dono inatteso.
È proseguita la Settimana d’istante, con la pubblicazione di istanti, eco e orme. In uno di questi, colto in una mattina gelida, è bastato un gesto minimo come offrire cibo, affinché il silenzio si rompesse e il tempo rifiorisse.
In questo stesso periodo sono tornata a scrivere i Caro Te, istanti narrati in forma di lettera. In uno di questi, una crepa nel ghiaccio di un lago si è mostrata come ferita e bagliore insieme: non rottura, ma passaggio custodito, capace di dire che è possibile cambiare senza distruggere.
La fine dell’anno e l’inizio del nuovo hanno portato appunti di risonanza e un istante intimo dedicato al mio cane Artù, mancato due anni fa, nel tentativo di stare nell’assenza senza consumarla. Ho infine parlato degli Istanti sospesi, che non si forzano ma si incontrano quando il tempo è pronto.
Quello che faccio, in fondo, è osservare, attendere e riconoscere. I post e i reel non nascono per spiegare o convincere, ma per lasciare tracce di attenzione nel quotidiano.
Nel cuore di ciò che resta
Nel cammino dell’Arte del Sogliare, ogni parola attraversata non è stata un tema da comprendere ma un modo di stare. Con la cura, questo stare ha rallentato ancora: non per fermarsi, ma per durare.
Abbiamo incontrato la cura nello spazio che rende abitabile, nel tempo che ritorna, nel gesto che risponde, nel corpo che ascolta il limite, nella quotidianità che mantiene vivo il legame. In ognuna di queste dimensioni, la cura non ha chiesto di fare di più, ma di fare con presenza. Non di aggiungere, ma di custodire ciò che è già apparso.
Nell’Arte del Sogliare, curare significa restare sulla soglia anche quando il passaggio è avvenuto. Significa non abbandonare ciò che si è incontrato, ma continuare a tenerlo nel campo dell’attenzione. È una fedeltà discreta: non salva, non risolve e non garantisce. Tiene insieme. Protegge senza trattenere. Lascia spazio senza scomparire.
Alla fine, ciò che resta è una qualità dell’attenzione. Un modo di tornare ai gesti di sempre senza renderli automatici. Un modo di abitare il quotidiano senza consumarlo. Una presenza che non usa il mondo, ma lo incontra come qualcosa di vivo, fragile e che ci è stato affidato.
Ci ritroveremo tra un mese, se vorrai, attorno a un nuovo verbo. Non un’altra soglia da attraversare ma un gesto da ripetere: ritornare.
Lieti momenti
Giada
Il prossimo 13 febbraio sarà dedicato al verbo RITORNARE
Ritornare non è restare, ma è un rientrare. Dopo la cura, non siamo chiamati a proteggere ancora, ma a tornare là dove la vita accade: nei luoghi abituali, nei gesti ripetuti, nelle relazioni imperfette. Ritornare è il momento in cui si lascia lo spazio custodito e si accetta di rimettersi in cammino, portando con sé ciò che è stato imparato.
Si ritorna quando la tregua è finita. Quando il tempo riprende il suo corso. Quando ciò che è stato tenuto al riparo chiede di essere vissuto.
Ritornare non ha la delicatezza della cura, ma la sua conseguenza. È un atto sobrio, a volte faticoso: tornare senza perdere la qualità dell’attenzione, tornare senza richiudersi, tornare senza consumare ciò che si è appena protetto.
Nel prossimo numero ritornare non sarà raccontato come un ritorno a casa, ma come un ritorno al mondo. Non come conclusione del cammino, ma come il punto in cui il cammino ricomincia, dentro la vita ordinaria, così com’è.
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I testi che abitano questa pagina non chiedono di essere conclusi. Possono restare aperti, tornare a farsi sentire più avanti, lavorare nel tempo con la discrezione propria della cura. Non c’è urgenza: ciò che conta trova il suo ritmo.
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