Colazione da George

 

Sentivo il rumore del traffico aumentare al di là della finestra. I pendolari del lunedì cominciavano il loro perverso rituale, incatenandosi uno all’altro fino a formare la coda di un serpente a sonagli pronto a scagliarsi contro la prossima preda: l’impiegato bisognoso. Dovevano essere all’incirca le 6 e mezza; il chiarore del mattino entrava dalle finestre quel tanto da riuscire a stagliare l’ombra di Artù lungo le pareti di camera mia. Artù è un cane di razza golden retriever, in quel momento già seduto in attesa di essere portato fuori: “Va bene, adesso mi alzo”, gli dissi. Un click al pulsante On della macchina del caffè, un passaggio veloce in bagno, ed eccomi in cucina a scegliere la capsula Nespresso più idonea all’umore: “Oggi vado di… Linizio lungo”, et voilà.

Posiziono la tazza e faccio partire l’erogazione, quando sento rimbombare sulla parete un oggetto scagliato dal vicino per farmi capire di averlo disturbato. Artù raddrizza le orecchie: “Anche tu non ne puoi più vero?”, e abbaia in tutta risposta. Ok: decido che se Linizio deve essere, che Lafine sia. Apro il cassetto delle capsule già adoperate, afferro due Limited Edition, le svuoto, do forma all’alluminio e lo ricarico con polvere nera, ma questa volta non si tratta di caffè. Afferro la doppietta dall’armadio, inserisco le cartucce appena create, apro la porta e, senza nemmeno suonare il campanello, mi creo l’“avanti” in casa sua: “boom”. Ciò che resta della maniglia rotola in corridoio. Entro. Il volto spaventato del rompiballe appare sulla soglia della camera: “Ciao tesoro, questa mattina ti ho portato la colazione a letto, ecco il tuo caffè”, gli dico, prima di piantargli un colpo dritto in mezzo agli occhi. Il cervello schizza sulla parete come la schiuma di un cappuccino: “Ho sempre odiato il latte nel caffè”, dico, mentre Artù, che adora le pozze, corre a rotolarsi felice in tutto quel sangue: “Dai che andiamo”, lo esorto.

Esco dall’appartamento e sul pianerottolo vedo la Signora Tarantini in vestaglia e pantofole guardarmi sbigottita: “Salve Signora, desidera anche lei un petit dejeuner?”, le dico allungando la doppietta nella sua direzione come fosse un vassoio da bar. Interpreto il rumore della sua porta sbattuta come un no, al che rientro nel mio appartamento, scambio il fucile con il guinzaglio e torno da Artù, rimasto fuori: “Guarda come ti sei conciato”, lo rimprovero rassegnata. Lui di tutta risposta si scrolla, dipingendo le pareti del pianerottolo delle scale di un rosso carminio simile al Decaffeinato intenso. Scendo le scale e mi fermo dalla custode per informarla che al numero quattro ci sono due capsule da gettare nell’apposito centro di raccolta rifiuti. Lei annuisce, afferra spazzola e secchiello e si dirige al piano superiore: “Cosa non si è disposti a fare per un Nespresso…”, la sento borbottare sulle scale. Mentre porto Artù al fiume noto che sulla mano mi è rimasta una goccia di sangue. La assaggio, giusto per sentirne il sapore: “È dolciastra, bleah”, penso schifata, prima di aggiungere ad alta voce: “D’altronde lo diceva sempre anche mia nonna: per avere la vita dolce bisogna bere il caffè amaro”… in fondo, what else?